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CRONACA
DELLA PARTECIPAZIONE
AL PRIMO CONGRESSO MISSIONARIO
INTERNAZIONALE
COCHIN (INDIA) - 11-21 gennaio 2006 |
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Mercoledì 11
Gennaio. L’arrivo in India a Cochin,
aeroporto privato ed in costruzione, è stato
quanto mai “caloroso”: è bastato scendere i
primi gradini dell’aereo della Kuwait
Airways per capire che stavo nell’altro
mondo.
Il primo abbraccio caloroso è stato del
caldo tropicale… Siamo infatti nel sud
dell’India, alla punta estrema, non lontani
dall’equatore. Meno male che era notte (ore
4.15)! Pur partendo “leggero” da Roma e pur
avendo provveduto in aeroporto a liberarmi
di giubbotto e maglione, era chiaro che
stavo in piena estate italiana, quando non
si muove un filo di vento e pensi di poter
trovare sollievo andando a mare o in
montagna.
Il secondo abbraccio è quello della gente
indiana, veramente ospitale, attenta e
rispettosa,… Su questa avremo modo di
tornare più volte…
Il terzo abbraccio è stato dei nostri frati
indiani. All’uscita ci attendevano il
Custode con gli altri confratelli con
pulmini e macchine, pronti al nostro
trasferimento, chi nell’Hotel Cochin Durbar
e chi nel Convento di Karukutty, l’Assisi
Shanthi Kendra. Pur non avendo dormito in
aereo (difficile perché non era orario di
sonno per l’Italia), il corpo era ben
sveglio e proprio non voleva ritirarsi nella
stanza per riposare… ero stato colpito già
da due aspetti interessanti di questo mondo.
Il modo di guidare e l’alba.
Già all’aeroporto mi aveva colpito la
presenza di numerose macchine e pulmini, per
lo più in stile inglese colonico… In una
macchina ho contato fino a sette passeggeri,
ma i fratelli indiani mi hanno assicurato
che la normalità è otto, quattro avanti e
quattro indietro. Le macchine sono come le
nostre, con l’unica differenza che la guida
è all’inglese!!! Ho avuto modo di capire
meglio la situazione il giorno dopo, giorno
dedicato all’acclimatarsi… Ho avuto infatti
modo di recarmi con fra Raymond, già
chierico al Franciscanum, alla casa di
chiericato dove attualmente è rettore di 36
chierici e guardiano della comunità
formativa, una comunità che dista appena una
mezz’ora dalla casa in cui siamo.
Incredibile! L’indiano lo vedi tranquillo e
silenzioso, rispettosissimo degli altri,
specie degli ospiti, ma in macchina è tutt’altro.
No, non si tratta solo di correre, ne di
suonare in continuità… Immagina la guida dei
romani e dei napoletani, leva le poche
regole che comunque osservano e forse ci
arrivi vicino! Allora, proviamo a spiegarci.
Le strade sono asfaltate fino ai limiti
della strada dove inizia il terreno rosso
dove le case in muratura ed in legno si
alternano a spazi di coltivazione e di
piantagioni di cocco, banane, gomma,… Ai
bordi delle strade molte indiani lavorano o
camminano, chi per raggiungere il centro,
chi per il pellegrinaggio ai tempi induisti,
con vesti di vario genere che li distingue
nell’appartenenza a questo o a quel gruppo…
Le scene si moltiplicano lungo il percorso:
si riconoscono musulmani, buddisti,
induisti, cristiani,… Incontriamo un
elefante che trasportava tronchi… Mi
incuriosisce poi un uomo, secchissimo, che
camminava verso non so quale meta, portando
in una mano un contenitore di plastica con
dell’acqua e con l’altra mano si lavava i
denti con lo spazzolino!!! I bambini sono
bellissimi, sempre uniti ai loro genitori,
con degli occhi incredibili… Le donne sono
vestite sempre a festa con il tipico abito
locale il Saari: li vedi scopare i bordi
delle strade (che abbiamo detto essere in
terra!!!) in atteggiamento e vestiti
signorili; l’uomo invece per lo più porta un
telo bianco al posto del pantalone, che poi
usa tirare su in un gesto che diventa
caratteristico ed abituale, per meglio
camminare e lavorare, pronto però ad
abbassarlo quando passa l’ospite! Tutti ci
salutano, buddisti, induisti, musulmani,
cristiani,… non fa grossa differenza se sei
un ospite! Il calore di questa gente è
veramente affascinante…
Dicevamo delle strade… Prova a pensare tutto
questo nella confusione di Napoli ed
arriverai a qualcosa di vicino! Le strade
dunque attraversano realtà variegate come
quelle sopra descritte, dove già tanta gente
si muove in entrambi i versi per motivi e
mete varie. Ora sulla strada ci sono le
biciclette. Mi raccontano che in questa
parte dell’India non c’è poi tanta povertà…
Però non mancano i “nomadi”, coloro che non
hanno fissa dimora e che si spostano di
continuo anche con la bicicletta… Sulla
strada poi troviamo i piccoli taxi, vicini
alla nostra Ape, ma con dei posti coperti:
questi sono molto utilizzati e passano da
una parte all’altra della strada senza alcun
problema, conducendo l’utente proprio dove
vuole scendere. Si sorpassano sempre
premendo di continuo il clackson ed appaiono
come mosche sulla strada… Poi ci sono le
macchine, per lo più abbiamo detto del
modello inglese, quelle macchine bianche con
forme rotondeggianti tipiche dell’epoca
colonialistica. Queste sono dei privati ed
ovviamente più veloci dei mezzi precedenti…
Come abbiamo già detto possono contenere
fino a 8 persone, il tutto condiviso dalla
polizia stradale! Di notte tutti hanno gli
abbaglianti accesi e si segnala la necessità
di avere spazio libero davanti premendo
sugli anabbaglianti… Le frecce ci sono sulla
macchina, ma non sono mai utilizzate… Oltre
alle macchine ci sono numerosi pulmini e bus
di vario genere, chiuse per i turisti,
aperte per la gente locale… Infine numerosi
camion stile americano che fanno veramente
da padroni sulle strade… Se riesci a tenere
presente tutto questo e riesci a mettere in
moto tutta questa realtà allora prova a
metterci anche questo: nessuno utilizza i
freni se non quando non si può fare proprio
a meno! Tutti bussano il clackson e chiedono
dunque di passare per la velocità a destra
degli altri… Quando poi ti trovi a
sorpassare bicicletta, il mini taxi e la
macchina stando su un pulmino, ti trovi già
al bordo della strada opposta con tanto di
macchine, camion, biciclette, taxi… che
provengono dal lato opposto… Si crea un
concerto di clackson tale che più volte mi
son dovuto tenere alla sedia del nostro
pulmino e sperare di farcela! A noi le cose
sono andate sempre bene fino ad ora… Ma non
è sempre così… Abbiamo incontrato un camion
ribaltato (come abbia fatto proprio non lo
so, visto che è il più grosso dei mezzi!)!
Ma ora, prima di concludere questo primo
appuntamento, vi voglio raccontare
dell’alba! Appena arrivato, dicevo, non
avevo voglia di dormire ed ecco la prima
grande emozione di questa terra… Devo dire
che mi ha preso così tanto che anche il
giorno dopo mi sono alzato prestissimo, alle
4.30 per rivivere questo spettacolo… Succede
che dal silenzio più profondo e dal buio più
scuro tutto ritorna a vivere con una
sinfonia di suoni e di luce meravigliosi… Il
canto degli uccelli, i movimenti degli
animali, i colori delle mille piante sempre
pieni di fiori… E’ una sensazione
bellissima, come quando vai ad un concerto e
sai che si sta per suonare una grande opera
e gli strumentisti si preparano, regolando i
loro strumenti con cura… Il sole ci mette
ben poco qui a venir fuori e la preparazione
dura dunque poco... Non riconosco nessuno
degli uccelli dal loro suono… gli unici sono
le oche ed i galli, che entrano in azione
però sono alla fine. E’ proprio così questo
popolo: persone diversissime, capaci di
esprimersi per quello che sono, capaci di
vivere insieme e soprattutto pieni di vita,
desiderosi di una vita nuova!
Giovedì 12 gennaio. La giornata di oggi è
dedicata all’apertura del Congresso dal
titolo “Fraternità – Vangelo –
Inter-culturalità: Formare frati francescani
conventuali per la Missione e l’inter-culturalità
all’inizio del Terzo Millennio”. Sì, è
proprio così. Un giorno interno per aprire
il Congresso… Cosa dirvi di questa giornata:
è mancato solo l’elefante che si era rotta
una zanna!!! Mi spiego. Il rito è stato
veramente lungo, come in uso da queste
parte. Superate le ore più calde della
giornata, ci siamo portati nella casa
provincializia dove, raccolti tutti i 69
partecipanti più i frati indiani, siamo
stati introdotti al rito con una attenta
spiegazione dei riti ai quali stavamo per
prendere parte: ogni cosa aveva un senso
specifico che si rifaceva ad antichi riti
degli indigeni. Non sapendo proprio cosa ci
aspettava, siamo stati invitati a metterci
in fila per tre. Ed ecco aver inizio il
grande rito per la venuta degli ospiti!
Dall’interno della casa abbiamo iniziato a
sentire strani suoni, cioè suoni che non
appartenevano alla nostra cultura e che mi
richiamavano alle danze dei profeti estatici
spesso studiati nell’Antico Testamento…
Arrivato il mio turno, mi trovo di fronte 6
ragazze, vestite in modo elegantissimo e
disposte in due file da tre. Portavano
danzando cose diverse: fiori, incenso e
luce! Queste cose sono i simboli della terra
che nei riti indù vengono offerte alla
divinità: l’ospite è ritenuto una persona
grande da onorare con l’offerta dei beni
della terra. Il Custode dell’India, p.
Matthew Puraydom, ci impone una collana di
spendidi e profumati fiori, tutto al ritmo
di una musica che mi ricorda i film di
Salgari in Malesia. Il rito qui si conclude
con l’imposizione sulla fronte di terra
colorata: per gli induisti è segno che si è
pregato la mattina, per gli ospiti è segno
che si è accolti! Terminato il lungo rito (ripeturo
per 23 volte!) ci siamo messi in
processione, sempre per tre, preceduti dalla
banda musicale (16 percussionisti, 8 che
suonavano particolari piatti e 2 che
suonavano delle particolari trombe),
seguivano le danzatrici, quindi la grande
fila dei frati con in prima fila il
generale, l’ex generale e il vicario
generale, quindi tutti gli altri convenuti…
Qui mancava l’elefante, che in questi riti
precede la banda musicale!!! Siamo arrivati
al grande piazzale e qui abbiamo assistito
al “concerto” della banda: non hanno
staccato un minuto le mani dai loro
strumenti per più di 90 minuti e gli indiani
mi hanno detto che sono capaci di andare
avanti molto di più con l’aiuto di qualche
bicchiere (!!!). La musica era tale che ti
prendeva facilmente spingendoti a fare
qualche passo che goffamente tentava di
copiare il movimento delle danzatrici…
Terminata questa parte esterna ci siamo
portati nell’auditorium dove ci sono stati i
saluti di accoglienza del Custode e
l’apertura del Congresso da parte del
generale. Anche qui non sono mancati riti…
L’accensione di una lampada ad olio locale,
splendidamente ornata di fiori profumati ed
intrecciati in un lungo filo che poteva così
avvolgere ed abbellire la lampada… Insomma:
alla conclusione era ora di cena! Non
pensate che sia stato tutto così tranquillo
in questo giorno: non è mancato il lavoro.
Come spesso succede in questi grossi
appuntamenti internazionali, non tutto è
pronto per quanto riguarda le traduzioni
nelle 4 lingue, dunque, da “buon italiano”
non mi sono tirato indietro nel dare una
mano e la notte è l’orario migliore per
lavorare in questa caldissima ed umidissima
terra!
Venerdì 13 gennaio. Oggi iniziamo alla
grande con ben tre grosse conferenze tese ad
inquadrare il tema della missione per
tentare di leggere i modelli usati nel
passato nel fare missione e quindi dirigere
l’ordine verso un modello più adeguato al
carisma riscoperto ed ai tempi di oggi.
- I RELAZIONE. La prima relazione è di un
noto gesuita indiano, autore di molti libri,
vicino al pensiero di Pannicar, più
conosciuto in occidente, Michael Amaladoos,
dal titolo Panoramica sulla Teologia della
Missione dei documenti del Magistero dal
Concilio Vaticano II ad oggi. Dopo aver
giustificato la scelta di limitarsi al
pensiero del magistero del papale e quello
asiatico, fa notare come è mutata la
concezione della missione dal prima del
concilio Vaticano II ad oggi, con una
concezione più ampia della sola “implantatio
ecclesiae” per salvare le anime, aperta così
al dialogo con il mondo, con le culture e le
sue religioni. Questo è stato
particolarmente accolto e sviluppato in Asia
dove l’evangelizzazione è stata vista nel
dialogo con la cultura, con le religioni e
con i poveri. Tutto questo a portato ad una
nuova visione delle altre religioni
accogliendo con gioia la giornata del Papa
per la preghiera di tutte le religioni in
Assisi. Amalados affronta necessariamente a
questo punto i principi teologici della
“missione del Redentore” e del rapporto tra
Regno e Chiesa concludendo che la salvezza è
disponibile per ogni essere umano, riferito
alla Chiesa in modo misterioso anche se non
formale e che il Regno di Dio è ben oltre la
Chiesa: dunque perché fare missione? La
Chiesa riconosce per la prima volta la
presenza e l’azione dello Spirito di Dio non
solo negli individui, ma anche nelle culture
e nelle religioni. A partire da tutto
questo, legge in modo critico la Dominus
Iesus: “non rispettosa dello Spirito, cerca
di contenerla all’interno dei limiti di una
stretta visione teologica”. E fa notare la
differenza di impostazione tra questo testo
e gli interventi dei Vescovi Asiatici. Per
lui: “la meta della missione, di Dio e
nostra, è costruire il Regno e la Chiesa
come suo sacramento e servizio. Nel suo
compito la Chiesa trova altri alleati nelle
religioni ed altri collaboratori. I veri
nemici sono Satana e Mammona… Sono convinto
che il Cristo e lo Spirito sono presenti ed
attivi in ogni angolo della terra, ma in
modo a noi ignoto… Il dialogo è allora il
modo di fare missione”. E’ evidente che a
questo intervento sono seguite numerose
domande su diversi livelli… Perché non
provate anche voi?
- II RELAZIONE. La seconda relazione è di
fra Roberto Tomicha’, nostro frate della
Bolivia, giovane laureato in Teologia della
Missione: nel suo paese lavora come
responsabile della licenza in Missionologia
nell’Università cattolica. Il tema a lui
affidato è veramente interessante già dal
titolo Spiritualità Missionaria e Dialogo
Interculturale. Lo sviluppo del tema è molto
semplice. Dopo aver evidenziato le profondi
trasformazioni socio-culturali dei nostri
giorni con in particolare il dato del
dialogo interculturale, cerca di analizzare
il tema partendo da una costatazione di
fondo: l’interculturalità è un dato delle
scienze umane e pedagogiche che interpella
la teologia col “recupero delle profonde
dimensioni spirituali ed evangeliche che
hanno caratterizzato l’attività di Gesù,
degli apostoli e di molti santi…”. Con
semplicità fra Roberto analizza i termini
della questione. L’interculturalità è un
“progetto che riflette lo scambio, la
relazione , il dialogo tra attori”; i
protagonisti sono “le persone stesse che si
relazionano tra loro (microinterculturalità)
o tra nazioni (macrointerculturalità),
scambiandosi non solo pratiche, costumi,
credenze, riti,… ma anche progetti culturali
di vita”; comporta un impegno etico; aspira
a “superare il paradigma razionale
monoculturale armonizzando il logos
occidentale col mito orientale”. La missione
non riguarda solo territori dove Gesù non è
conosciuto, ma anche quei contesto
sociologici culturali come il mondo della
comunicazione, la pace, lo sviluppo dei
popoli, i diritti umani, politica,
economia,… Per spiritualità missionaria
intendiamo quello stile di vita o forma di
vivere secondo le esigenze cristiane, ovvero
la vita di Cristo, con le sue dimensioni
teologico-trinitaria ed ecclesiale,
antropologica e socio-storica, conteplativa
e liturgica. Definiti i termini della
questione fra Roberto affronta i fondamenti
teologici della spiritualità missionaria.
Presenta quattro visioni teologiche di base
esistite: lettura dottrinale-teologica
(verità che salvano l’uomo); lettura
moralistica (la prova morale salva l’uomo);
lettura ontologico-metafisica (la salvezza e
solo tramite la Chiesa); lettura
storico-escatologica (l’uomo porta avanti il
sogno di Dio di realizzare il Suo Regno). A
secondo della visione presente abbiamo una
corrispondente spiritualità missionaria.
Oggi è la lettura storico-escatologica più
in sintonia con i tempi. Centrale è il dato
del Regno di Dio direttamente in relazione
con Gesù ed in tensione con il Regno
escatologico. Segue la vicinanza e
l’incontro con la persona umana, l’opzione
preferenziale per i poveri e gli emarginati
ed, infine, il dialogo ecumenico,
interculturale ed interreligioso. Infine
vengono affrontate le sfide per la
spiritualità missionaria: il vissuto di una
autentica esperienza di Dio che possa essere
condiviso come incontro tra le diverse
esperienze religiose. Dunque la
testimonianza che deve presentare alcune
caratteristiche: la centralità dello Spirito
col dono della fortezza e del discernimento;
uno sguardo contemplativo della realtà che
permette di riconoscere Dio presente in ogni
cosa di questo mondo; la relazione con
Cristo frutto dell’incontro personale; gli
atteggiamenti interiori di fedeltà,
autenticità e di riconciliazione; lo stile
francescano della piccolezza, della povertà
e del martirio. In conclusione la
spiritualità missionaria oggi necessita di
un ritorno all’essenziale del Vangelo ed
alla vita di Gesù, un cammino di santità.
- III RELAZIONE. La terza relazione della
giornata è di fra Hellmann Wayne, professore
universitario della provincia americana, ben
noto a fra Leandro Benvegnu’, dal titolo
Missione, cultura, secolarizzazione. Divide
l’intervento in due parti. Nella prima
presenta tre situazioni storiche: nel tardo
medio evo l’azione missionaria di fra
Odorico da Pordenone; nell’epoca della
Riforma di fra Giacobbe il Danese; nel XIX
secolo un vescovo missionario in New
Messico… Nella seconda parte affronta il
problema della secolarizzazione come
“tensione che esiste tra la razionalità
moderna e la religione, che crea problemi
continui per l’auto-comprensione della
religione e della fede nel mondo moderno”,
superando la visione del termine come
eliminazione della religione. Arriva infine
a vedere il grande paradosso della
secolarizzazione: “La razionalità funzionale
che ha promosso la secolarizzazione e ha
spinto il mondo verso la globalizzazione
potrebbe essere il piano divino per renderci
più consci del bene comune universale e per
permetterci di sperimentare l’unità della
famiglia umana, un’unità nella diversità del
modo in cui il mistero ineffabile abbraccia
l’essere”. Riprendendo nella conclusione i
tre episodi missionari afferma che dunque
“come missionari siamo chiamati oggi a
predicare il Vangelo utilizzando i frutti
della secolarizzazione per ridurre al minimo
i suoi danni… per non favorire una
secolarizzazione che rifiuta, s’impone, e
che porti il mondo ad una unità
superficiale, basata solo sulla razionalità
funzionale che ha l’unico scopo di
estinguere lo Spirito”.
- La giornata è stata ricca di spunti dove
sono emerse le diversità della nostra
presenza nel mondo: c’è una bella vitalità
nell’Asia di un cristianesimo aperto al
dialogo ed inserito in un contesto
multiculturale; c’è il desiderio della
condivisione e della inculturazione
dell’America Latina; c’è il problema della
significatività religiosa nei contesti
secolarizzati.
Sabato 14 gennaio. Anche la giornata di oggi
è tutta dedicata al Congresso con un’altra
serie di tre relazioni… Ma sospendo la
vostra sete (spero almeno!) di notizie
culturali per rinfrescarvi con un’altra
uscita… Non vi ho raccontato infatti la
visita alle cascate… Non sono quelle
africane, ne quelle americane, ma sono
altrettanto belle per chi non ha potuto
vedere né le prime né le seconde! Il viaggio
è stato lungo (2 ore) ma non noioso… Ci ha
permesso di vedere meglio come si vive fuori
Cochin… In genere tutte le grosse case si
riversano sulle strade principali verso cui
arrivano diversi sentieri in terra battuta
che portano alle zone più povere… La gente
comunque tende a riversarsi tutta sulla
strada principale… Abbiamo incontrato ancora
il pellegrinaggi degli induisti… come non
pensare al perdono per i tanti sacrifici che
fa questa gente. Lascia casa, moglie e
figli, per percorsi lunghissimi astenendosi
rigorosamente dall’alcool, alcuni cibi, e
dal sesso… Camminano a piedi e dormono
all’aperto… Si distinguono dagli altri
generalmente vestiti di nero e con in testa
un fagotto pieno di cibi ed altro che devono
portare al tempio induista per l’offerta di
purificazione. Solo allora, tornado a casa
ne possono mangiare con i loro familiari.
Inoltrandoci per la montagna, la vegetazione
si fa veramente affascinante per varietà di
piante ed animali… Arrivati alle cascate, ci
imbattiamo in un venditore di cocco… Non
quello da mangiare, ma quello da bere… e vi
dico che ci voleva proprio per un caldo che
già verso le 10.00 è micidiale (non a caso
sono così neri da queste parti!)… Mentre ci
portiamo al belvedere siamo tutti presi da
una infinità di scimmie di piccola misura
che corrono qua e la, pronti a farsi
fotografare, ma anche a fregarti le cose…
Sì, sono cleptomani!!! Tutto questo rende
l’ambiente delle cascate veramente
affascinante: peccato che non ci si possa
avvicinare troppo. Qui il pericolo è
semplicemente segnalato con una linea bianca
per terra (quella risparmiata alle strade!),
ma c’è il modo di scorgere sulla bassa della
cascata un gruppo di giovani indiani che si
divertono sugli scogli nel godere della nube
di acqua provocata dall’impatto dei numerosi
rivoli nel bacino… Che invidia!!! Nel
tornare notiamo tutti di essere all’intero
di una festa o la preparazione a qualcosa di
simile… Le strade sono colorate di… “rosso”!
E’ la festa del partito comunista,
costituito per lo più da induisti della
classe elevata (brahamiti) che, a detta dei
locali, sicuramente sarà alle prossime
elezioni al potere… Ma torniamo alle
relazioni di questo giorno tutte orientate a
verificare i modelli del fare missione
utilizzati dai nostri missionari francescani
dal 1900 ad oggi.
- I RELAZIONE. La prima relazione di questa
giornata è stata affidata a fra Agostino
Gardin, dato il grande successo che ha avuto
la sua relazione al Convegno di Polonia…
Solo che qui gli è stato chiesto di
analizzare il Carisma Francescano
Conventuale e la Missione. Parte dai dati
ben conosciuti riguardante alla missione
presente in Francesco come il mandato
missionario di Mt 10, l’invio dei primi
compagni, il dilemma di Francesco tra eremo
e missione, il triplice tentativo di
Francesco stesso di andare tra i saraceni…
Riprende poi il carisma nei quattro aspetti
essenziali trattati al Capitolo di Polonia
per soffermarsi sull’importanza di una
“missione con la vita”, passando infine ad
analizzare i termini facendo vedere che
l’intenzione del nostro fondatore era di
“stare tra la gente” e non “per la gente”:
il lavoro manuale, il chiedere l’elemosina,
il ricevere denaro solo in favore dei
lebbrosi, le indicazioni di come comportarsi
quando si va per il mondo, la libertà dai
luoghi… dicono il modo di essere frati
minori tra la gente. Per quanto riguarda la
missione tra gli infedeli, riflette sulle
indicazioni di Francesco di “continuare lo
stesso stile di vita e di presenza tra la
gente avuto tra i cristiani, in particolare
tra i più poveri, quello cioè di essere
soggetto ad ogni creatura, l’abbandono
dunque di uno stile apostolico aggressivo o
apologetico per uno stile di vita di
disponibilità totale fino al martirio: “lo
spirito della missione tra gli infedeli e
quello della predicazione tra i cristiani è
lo stesso; in ambedue i casi il vero
servizio pastorale è l'an’uncio in opere e
parole del loro essere frati minori,
fratelli sudditi e umili tra la gente”. Di
questo troviamo conferma nel Testamento,
come volontà specifica di Francesco per i
suoi. Infine fra Gardin cerca di trovare
delle applicazioni per noi oggi: la nostra
missione a servizio della Chiesa locale; è
fatta con la vita; la vita del frate minore
è segnata da una profonda esperienza di
fede, dall’essere fratelli, dall’essere tra
la gente con lo stile dei minori, cioè
assimilati ai più poveri, lontani da ogni
ricerca di potere; questo modo di impostare
la propria vita viene prima dell’annuncio
vero e proprio ed ancor prima del ministero
sacramentale. Il nostro ex ministro generale
conclude: “Certo, ci è ormai realisticamente
difficile pensare di essere tra la gente
nelle forme volute dalla primitiva
intuizione di Francesco (salvo lodevoli casi
eccezionali): siamo solo in grado di essere,
spesso anche molto generosamente, per la
gente. Ma non si potrebbe almeno tentare di
essere per la gente con alcune di quelle
caratteristiche – riassunte nel termine di
minorità – che il Padre Serafico voleva nei
suoi frati, mandati nel mondo a testimoniare
il vangelo tra la gente?”. E’ una domanda
veramente interessante è può diventare
motivo di approfondimento per tutti!
- II RELAZIONE. La seconda relazione è
affidata a fra Luciano Bertazzo, il grande
storico di Padova, al quale è stato
richiesta degli Spunti per una lettura della
missione/apostolato conventuale nell’area
euro-latinoamericana dal 1900 ad oggi: luci
ed ombre. Col rigore scientifico e
metodologico che contraddistingue un vero
studioso, fra Luciano contestualizza lo
sviluppo missionario nello scenario della
Chiesa e dell’Ordine del 900: l’Ordine era
una realtà minuscola e con fatica tentava di
riemergere dalla bufera ottocentesca.
Presente particolarmente in Europa l’Ordine
iniziò ad aprire in America seguendo gli
emigrati. Superato il divieto imposto dal
patronato spagnolo e portoghese… sotto la
spinta alla missione del Papa Benedetto XV
(1914-1922) soprattutto con l’enciclica
Maximum illud e successivamente dal Papa Pio
XI (1922-1939) con la Rerum Ecclesiae e
l’attività di Propaganda Fide, è col
generalato di fra Alfonso Orlini che si apre
la grande stagione missionaria del nostro
Ordine. Si possono distinguere tre fasi: gli
anni ‘20-’30 con l’orizzonte
asiatico-africano (Cina, Zambia, Giappone,
Indonesia), interrotta dalla seconda guerra
mondiale; gli anni ‘40-’60 con la prima
frontiera latino americana (Brasile, Costa
Rica, Honduras, New Mexico, Argentina,
Uruguay, Brasile); gli anni ‘70-‘2000 con la
seconda fronteria latinoamericana ed il
passaggio dal provincialismo alla
progettualità dell’Ordine (Brasilia,
Colombia, Bolivia, Messico, Venezuela, Perù,
Paraguay, Cile, Ecuador, Cuba). Si è passati
da una spinta autonoma ad una del centro
dell’Ordine per smuovere la stagnazione di
Province troppo provincialistiche, dal
rispondere alle esigenze diverse e
personali, ad un progetto che tengono conto
di dati ecclesiali, religiosi-francescani,
sociali; nella seconda fase si da
particolarmente valore alla testimonianza
della vita francescana, nelle scelte
pastorali e nella scelta del servizio ai
poveri, inculurandosi, ed all’ispirazione
Kolbiana nella diffusione della devozione
all’Immacolata. Dopo questa prima parte fra
Luciano passa ad esaminare le presenza
dell’Ordine nel Nord Europa, la Danimarca da
Maribo al “progetto Scandinavia”; la Svezia,
dalle comunità di emigranti al Progetto
Scandinavia. Infine esamina come l’Ordine
nel suo aspetto istituzionale ha gestito e
vissuto la dimensione missionaria (Reuter,
Crociata, Beda Hess e la promulgazione di
nuovi Statuti tesi a definire e
regolamentare l’attività missionaria,
Bommarco, Serrini, Gardin, l’attuale
Congresso). Da questo percorso si evince che
la modalità missionaria del nostro Ordine in
Europa e America Latina non è stata estranea
alla mutazione teologica nel concetto di
ecclesiologia e missionologia che è avvenuta
nel corso del XX secolo: da un andare a
convertire infedeli, eretici e scismatici
perché entrassero nell’unica Chiesa, ad una
presenza testimoniale: in chiave ecumenica
nei paesi protestanti, di impegno solidale
nell’America Latina; si è passati ad una
inculturazione del modello francescano.
- III RELAZIONE. La terza relazione è stata
affidata a fra Enrique Montero, per la sua
esperienza come Assistente dell’Africa e
dell’Asia, dal titolo: Spunti per una
lettura delle missioni conventuali in
Africa-Asia-Oceania dal 1900 ad oggi: luci
ed ombre. Dal tono decisamente più
esperienziale fra Enrique analizza tutte le
presenze offrendo dei quadri puntuali… Poi
passa a definire i criteri per l’analisi
critica delle nostre missioni, un
capitoletto veramente interessante per
definire la preparazione e realizzazione di
un progetto missionario, anche se offre
l’impressione di essere troppo macchinosa.
Eccoli di seguito: 1. Discernimento nello
Spirito; 2. Elaborazione di un progetto
missionario; 3. Preparazione dei missionari
e dei responsabili; 4. Il cammino permanente
dell’inculturazione; 5. Un progetto
missionario riveduto e riformulato in loco;
6. Inserimento nel progetto pastorale e
spirituale della Chiesa locale; 7. Comunione
col progetto dell’Ordine e della Provincia;
8. Promozione vocazionale e formazione; 9.
Graduale passaggio delle responsabilità e
dell’autorità ai frati nativi; 10. Sviluppo
strutturale della missione verso l’autonomia
giuridica ed economica; 11. Superamento
delle crisi, rinnovamento e
ridimensionamento; 12. Apertura e proiezione
missionaria. La terza parte tratta delle
luci e delle ombre delle nostre missioni.
Per questa parte non è possibile la sintesi,
rischiando di dire cose non vere solo perché
non generalizzabili ed allora… non vi rimane
che restare con il desiderio di sapere! E’
ovvio che per fra Montero l’aspetto più
carente è stata la poca progettualità ed il
desiderio quello di continuare la nostra
presenza nelle zone dove siamo poco presenti
per un annuncio esplicito di Cristo e per un
dialogo con le altre religioni, dando
testimonianza della nostra fede.
Domenica 15 Gennaio. No! Oggi non abbiamo
lavorato ed allora ci siamo riposati
alzandoci alle 5.30!!! Sì, proprio così
presto… Abbiamo infatti partecipato alla
mesa domenicale nel rito siromalabarico, un
rito tutto speciale… speciale anche nei
vestiti liturgici, attentamenti preparati
dai validi cheirici indiani, pronti anche a
vestirci con precisione estrema… Sembrava
quasi un Concilio o un Sinodo romano… La
messa è stata veramente entusiasmante: il
rito infatti prevede una larga
partecipazione della gente attraverso il
canto combinato tra celebrante,
concelebranti ed assemblea, rigorosamente
distinta tra maschi e femmine. I 90 minuti
della celebrazioni sono volati via con vera
pace del cuore e piena partecipazione
nonostante l’incomprensione più totale della
lingua! Importantissimo! Qui in chiesa si va
a piedi scalzi, piacevole ricordo
dell’infanzia, quando amavo camminare senza
scarpe! La gente del posto si leva i sandali
anche quando entra in casa. Alla solenne
celebrazione è seguita una visita a
Marthomalayam, cioè, come sicuramente avrete
capito dalla composizione del nome (!) , al
luogo dove è sbarcato l’apostolo Tommaso… Il
mare è veramente caratteristico con isolotti
pieni di palme… ma il colore dell’acqua
proprio non invogliava a fare il bagno,
nonostante il notevole caldo. La Chiesa che
conserva la memoria di questo sbarco ed una
parte dell’avambraccio, richiama la
struttura di san Pietro in Vaticano, con
tanto di colonnato circolare e statue… La
tradizione vuole che l’apostolo Tommaso sia
sbarcato in Malabar nel 52 trovando un gran
numero di giudei ai quali portò la sua
predicazione. Questa tradizione è
verosimile, se pensiamo al grande traffico
commerciale che era forte con questa terra
già al tempo dei Romani… Tommaso fondò così
ben sette chiese (Kodungallur, Palayur,
Kottakkavu, Kokkamangalam, Niraman, Quilon e
Nilakal) e si formarono i “cristiani di san
Tommaso”. Una tradizione con i primi
riferimenti da San Efrem (300-365), ricorda
il martirio dell’apostolo in questa terra.
Quando nel VII secolo ci fu l’invasione dei
musulmani, fattasi difficile la situazione
dei cristiani, i resti di san Tommaso furono
portati prima a Chios e poi, il 17 Giugno
1258, ad Ortona, dove ancora è conservato.
Solo con la costruzione e la consacrazione
della ricordata chiesa, nel XIX secolo fu
portata una reliquia dell’apostolo.
Ritornati a casa abbiamo avuto appena il
tempo di mangiare per ripartire alla volta
di Padua Franciscan Ashram, la casa di
pre-Noviziato, per poi portari al chiericato
dove vive da guardiano e rettore il nostro
carissimo fra Raymond con 36 chierici, per
la cene accompagnata dalla presenza del
Cardinale Vithayathil Varkey e
dall’esebizione di danze locali fatte dai
cherici e da terziari… E’ veramente
particolare la sistemazione di questo
chiericato, tra induisti e musulmani che si
fanno sentire con i loro riti: tutto qui
dice la necessità per questi confratelli di
vivere in dialogo con le altre religioni e
di esperienze singolari fra Raymond ne
racconta tante. Qui il dialogo
interreligioso non è occasionale o
concettuale ma veramente pratico e parte
dall’aiuto nella vita secondo le necessità,
insieme al desiderio di conoscersi senza
temersi.
Lunedì 16 Gennaio. I nostri lavori
riprendono con lo stesso stile organizzativo
dei primi giorni: Il tema che si vuole
affrontare ora è l’approccio francescano
alla missione.
- I RELAZIONE. La prima relazione, di fatto
si presenta come una introduzione al tema,
ed è di fra Daniel Pietrzak su Una proposta
di approccio francescano alla missione:
Lettura teologica-storica del fare missione
nella prassi dell’Ordine. Una fraternità che
evangelizza. Fra Daniel prova una lettura
storica così che passa in rassegna
l’annuncio evangelico presente all’inizio
del movimento francescano con Francesco ed i
primi compagni, per passare a primi
tentativi di specificare la missiologia
francescana nelle Regole elencandone gli
“elementi indispensabili”; successivamente
analizza brevemente gli sviluppi posteriori
fino ai nostri giorni, per arrivare alla
fine ad indicare gli approcci adoperati dai
frati nel XX secolo (stabilire la Chiesa in
una terra dove prima non esisteva;
Accompagnare gli immigranti; l’esperienza di
san Massimiliano Kolbe; la “plantatio
ordinis”; la ricerca di un contributo
specifico). La conclusione è data da una
domanda: “Dove vogliamo andare adesso”?
- II RELAZIONE. La seconda relazione è molto
più ampia e complessa ed è di fra Vincenzo
Marcoli, già missionario in Ghana ed
attualmente a servizio del Segretariato per
la Missione dell’Ordine. Il titolo della sua
relazione è il centro del suo lavoro:
Testimonianza di vita fraterna e dialogo
profetico: una proposta per un approccio
francescano alla Missione. Si introduce
facendo vedere i grandi cambiamenti epocali:
la prima proclamazione della Buona Novella
ha raggiunto la maggioranza delle culture,
ma la Chiesa ne è la minoranza; è mutato il
concetto di ecclesiologia e di missiologia
con la teologia della comunione; quello dei
francescani è un “modo” che si inserisce nel
più ampio contesto della Chiesa. Dopo
l’introduzione fra Vincenzo passa a
considerare la “missiologia” di san
Francesco, sottolineandone i tratti della
compassione, comunione, contemplazione,
fraternità, minorità, annuncio in
atteggiamento umile, la testimonianza con la
vita, la comunione con la Chiesa, la letizia
e la speranza. Il secondo punto prova di
delineare alcune questioni aperte
dell’essere francescanamente in Missione
offrendo dei quadri di attualizzazione
possibile veramente interessanti per una
discussione in comuità… Riguardano i modi di
proclamare e testimoniare, i luoghi della
missione, l’evangelizzazione con la sola
presenza, l’interrogativo se si tratta
principalmente di un impegno sociale, i
problemi delle strutture i modelli
francescani di missione (essere francescani
per evangelizzare; essere francescani:
essere fratelli di tutti; essere
francescani: essere poveri con i poveri), la
missione come “plantatio ordinis”. E’ nel
terzo punto che finalmente fra Vincenzo
affronta la domanda cercando delle risposte
per un approccio francescano alla missione
nella “Testimonianza di fraternità e di
dialogo profetico. Per lui, alla luce dei
segni dei tempi, l’approccio francescano
alla missione, in qualsiasi cultura e
situazione della vita è “oggi costituito
dalla testimonianza di una genuina vita di
fraternità, di minorità e di servizio a
livello di Chiesa locale e di Ordine attenti
alla proclamazione attraverso il dialogo
della vita… La nostra missione ad extra è
semplicemente il traboccare della nostra
missione ad intra”. Passa così a chiarire
parola per parola questa espressione,
indicando gli elementi essenziali: la
testimonianza e annuncio; liturgia,
preghiera e contemplazione; giustizia, pace
e salvaguardia del creato, inculturazione,
riconciliazione. La conclusione merita
essere citata, presa da Don Milani: “Non si
può amare tutti gli uomini… Di fatto si può
amare solo un numero di persone limitato,
forse qualche decina, forse qualche
centinaio. E siccome l’esperienza ci dice
che all’uomo è possibile solo questo, mi
pare evidente che Dio non si aspetta di più…
Quando avrai perso la testa, come l’ho persa
io, dietro a poche decine di creature,
troverai Dio come premio”. Sto perdendo la
testa per la mia fraternità del
Franciscanum?
- III RELAZIONE. Anticipata per motivi di
disponibilità del relatore, la terza
relazione è dettata da fra Helmut Rakowski,
un frate cappuccino, segretario generale per
l’Animazione missionaria e Promozione della
Solidarietà. E’ stato invitato per
approfondire la conoscenza sul modo con cui
i fratelli cappuccini stanno affrontando a
livello generale l’economia per le Missioni:
Solidarietà economica – Missione nell’Ordine
dei Frati Minori Cappuccini. Con l’ausilio
del video proiettore, fra Helmut ci ha
illustrato la base di partenza e le
strutture che da esse sono nate. Nel V
Seminario sul tema della Povertà, si è visto
il suo rapporto con l’economia a partire
dallo speciale rapporto di Francesco con
esso cercando di capirne il valore di fondo:
Francesco vedeva l’uso dei soldi come motivo
di conflitti e dominazione, facendo perdere
la pace e l’intimità con Dio. Noi viviamo in
un mondo diviso e siamo invitati a costruire
ponti. Qui vengono esposti i temi della
solidarietà, della globalizzazione
multiforme, della possibilità di una
evangelizzazione solidale e di una
solidarietà evangelizzatrice, il plusvalore
della Solidarietà economica internazionale.
Si fa emergere come la solidarietà sfida
tutti anche i frati che vivono in ambienti
di povertà che possono aiutare a loro modo,
e come la solidarietà può diventare non
tanto sorgente di denaro, ma di fraternità.
Ecco la proposta alternativa in linea con le
indicazioni di Francesco di lavorare con le
nostre mani, una economia fraterna perché
fondata sulla trasparenza, partecipazione,
equità, solidarietà ed austerità; ecco una
economia centralizzata, con la scelta di far
convergere l’economia dei conventi alla
gestione unica dell’economo provinciale al
quale ogni anno presentare un preventivo per
la vita del singolo convento; ecco infine la
nascita della Solidarietà Economica, un
istituto generale che permette di
raccogliere denaro e progetti da tutte le
province, esaminare le richieste e
presentare l’orientamento al definitorio
generale. La proposta di fra Helmut, non
appare lontano da quanto già fa il nostro
ordine; ha impressionato però il rigore
logico e la capacità di attuazione
attraverso un sistema che se da una parte
appare un po’ macchinoso, dall’altra è
veramente trasparente e fraterno.
- IV RELAZIONE. La quarta relazione del
giorno, ritorna al tema della giornata ed è
di Mons. Ivan Dias, Cardinale della Chiesa
di Bombay, dal titolo Missione e pluralismo
religioso in un mondo globalizzato. Il
presule ci conosce molto bene per le
precedenti esperienze come nunzio
apostolico, in particolare in Corea ed il
suo intervento è stato veramente intenso per
contenuti, modalità e rigore logico.
Inizialmente offre una panoramica della
situazione dell’India con dei brevissimi
quadri sulle diverse religioni presenti:
Induismo, Buddismo, Gianismo, Zoroastrismo,
Islamismo, Sikhismo. Queste sono delle sfide
per i cristiani che portano alcuni teologi a
“rinunciare alla necessità di proclamare
l’unicità di Gesù Cristo e l’universalità
della sua salvezza, relegandoli solo ai
credenti cristiani perché i non cristiani
possono essere salvati attraverso le proprie
scritture… Tale approccio è senaz dubbio
deplorevole… La missione non è un lusso, ma
un comando… Nel suo senso pieno non è solo
un diffondere i valori del vangelo, ma anche
predicare la persona e la missione salvifica
di Gesù”. Da questa premessa passa ad
approfondire la necessità della missione:
“Gesù non venne per eliminare i semi di
verità che lo Spirito Santo aveva seminato
in culture e tradizioni religiose fin dalla
creazione del mondo. Egli non venne per
abolire, ma per portare a compimento, a
perfezione, a realizzazione”. Quindi apre il
grande capitolo del Dialogo Inter-religioso,
ritenendolo “uno dei modi in cui i cristiani
esercitano la loro missione”, e presenta le
diverse espressioni: il dialogo di idee e di
esperienze, dove inserisce il grande sforzo
dell’inculturazione; il dialogo di vita e di
azione, arricchendolo con esperienze di vita
vissuta veramente belle, alla Madre Teresa
(!). Conclude questa parte con uno sguardo
sul Magistero, ribadendo la sua posizione:
“I cristiani dovrebbero cercare di scoprire
il rapporto tra l’opera dello Spirito Santo
nella fede e cultura cristiana e la Sua
azione perseverante in tutte le altre
culture, religiose o non. Essa forma una
parte della missione di annuncio affidata
alla Chiesa da Cristo stesso”. La
conclusione ci riporta una frase delle
scritture indù, “conducimi dalla falsità
alla verità, dal buio alla luce, dalla morte
all’immortalità”, e l’icona dei Re Magi
dell’incontro dei giovani a Colonia: “pur
riconoscendo ed apprezzando il patrimonio
culturale e religioso e l’impegno della
ricerca della verità nell’uso delle loro
scritture, i seguaci di altre religioni, con
tutte le loro ricche tradizioni culturali e
religiose, rimarranno irrequieti fino a che
non troveranno ed adoreranno Gesù, che solo
è la via, la verità e la vita”.
Martedì 17 Gennaio. I lavori continuano
“alla grande” anche oggi con una tematica
che sta diventando sempre più di attualità
come superamento della semplice coesistenza
di culture diverse (multiculturalità) perché
non sia una semplice convivenza: Unità
dell’Ordine e pluriformità delle identità
culturali. Il tono delle relazioni ha un
taglio diverse dalle precedenti: quella di
oggi è una tavola rotonda.
- I INTERVENTO. Il primo intervento è di fra
Daniel Pietrzak (tutti notano come solo lui
è riuscito a fare ben due relazioni nel
convegno?!?) sul tema: Interculturalità ed
internazionalità: utopia o tensione
costruttiva per una missiologia francescana?
L’intervento è risultato piacevole e
semplice, cercando di chiarire i termini di
“cultura” e di “interculturalità” per poi
tentare di rispondere alla domanda: Cosa
bisogna fare per realizzare una autentica
interculturalità anche a livello
internazionale dell’Ordine? Qui accenna al
dialogo fatto con chiarezza, mitezza,
fiducia, prudenza pedagogica, senza
auto-interesse. La “conoscenza approfondita
di un’altra lingua e l’esperienza di
immersione ad un certo livello in un’altra
cultura faciliterebbero molto il processo
dialogico, come pure l’educazione all’arte
del dialogo” . Inoltre afferma: “E’
auspicabile perciò che i programmi formativi
in tutto l’Ordine educhino i frati nll’arte
di trattare efficacemente con la
conflittualità… persone che possono servire
come punti di collegamento, quasi come ponti
tra i membri di diverse culture nella
comunità: persone che sono adeguatamente
familiari con più di una lingua e che hanno
passato un tempo a livello di Conferenza e
dell’Ordine. Nel mondo di oggi l’Ordine è
chiamato a incoraggiare la preparazione di
un numero sufficiente di frati con queste
qualità e disponibilità”.
- II INTERVENTO. Il secondo intervento è
stato affidato al preside della facoltà di
san Bonaventura a Roma, fra Zdzislaw Kijas
su Formare all’Interculturalità ed
Internazionalità. Osserva fra Zdzislaw che
già viviamo nell’internazionalità e
nell’interculturalità, per cui non sono
realtà di cui si può farne a meno. Il
problema è nel modo con cui le facciamo
diventare aspetti costruttive per la nostra
vita di fede/carisma. Il problema è dunque
in questo modo prettamente “formativo”.
Quali dovrebbero essere gli obiettivi della
formazione francescana? Formare per una fede
viva; formare per la Chiesa arricchita dal
carisma francescano; formare per la
comunione e l’unità nella e della nostra
grande famiglia francescana; formare alla
differenza e alla complementarietà delle
culture; formare al dinamismo dell’annuncio
del Vangelo; formare alla speranza di una
collaborazione più fruttuosa; formare
all’impegno della carità; formare alla
pazienza del cammino. Da qui fra Zdzislaw
può affermare che “la formazione alla
maturazione personale e vocazionale in un
ambiente interculturale ed internazionale
passa attraverso progetti e programmi ad
ogni livello”, cosa che richiede “il
personale capace di farlo, il tempo giusto a
portarlo a compimento ed il sostegno
materiale, che permette di concretizzare i
progetti elaborati”. Per lui sono inoltre
necessari: “una continuità… la capacità di
condivisione… poter contare sulla
collaborazione… una rete tale che aiuti ad
accumulare delle esperienze per migliorare
ulteriormente i progetti che sono in atto”.
- III INTERVENTO. E’ il più voluminose ed il
più partecipato dalla viva voce di fra Jorge
Oscar Peixoto su Formazione e missione: case
di formazione internazionali? Dopo
l’introduzione dove contestualizza il suo
discorso, passa alla prima sfida:
dall’internazionalità come multiculturalità
all’interculturalità. Per Jorge non esiste
l’interculturalità ma la possibilità di
vivere relazioni interculturali, con i suoi
due aspetti fodnamentali, l’incontro e la
differenza. Tale relazione non può essere
imposta. Per lui “con l’itinerario di una
educazione interculturale in una casa
internazionale si conclude una tappa
preliminare, a modo di prologo, e una volta
fatto questo, si apre il momento della fase
formativa, ossia la tappa in cui si offre la
forma, il modo di essere diverso e
innovativo, offerto da Gesù Cristo per
raggiungere i suoi sentimenti. Il modo di
vivere la relazione con gli altri, di
sentirsi responsabile e solidale con i
poveri, di amare ed essere amato, di pensare
e volere, di vivere la sofferenza e
l’allegria, e infine la donazione fino alla
croce”. Segue nel presentare alcuni aspetti
importanti per una casa di formazione
internazionale: “nell’Ordine occorre
favorire la creazione di case di formazione
internazionali sostenute nel paradigma
dell’interculturalità come educazione alla
diversità e alla differenza… Il problema
alla base è la relazione… E’ necessario
saper mettere in comunione i saperi… Questo
nuovo modo d’essere nella formazione come
discepolato francescano è fondamentale…
perché l’interculturalità è il segno
profetico della fraternità…”. Per educare in
questo modo è necessaria nel formando la
docibilitas… Questi aspetti vanno ben
coniugandosi con la minorità… La stessa
fraternità richiede elementi come la
libertà, responsabilità e l’interdipendenza…
Inoltre “l’itinerario educativo” non può
prescindere dalla “formazione di criteri di
scelta e opzione evangeliche…, all’apertura
alla mondialità e all’itineranza come
missione francescana… allo studio come
pratica della saggezza francescana”. La
conclusione prospetta la “comunità di
formazione internazionale sostenuta dalla
pedagogia dell’interculturalità” come la
culla per una vera “preparazione alla
missione francescana”, nella promozione
“della comunione…, della kénosis…, della
comunità discepolare…,”, realtà che però
richiede concretamente “la cura e la
custodia dell’originalità del carisma”, “la
cooperazione interprovinciale” e la
“corresponsabilità fraterna” perché le
“pratiche locali siano ordinate al bene
della fraternità universale”.
Mercoledì 18 Gennaio. Questa è una giornata
dedicata alla “cultura locale”, cosa già
iniziata con la serata di ieri, attraverso
l’intrattenimento con danze locali…
Veramente uno spettacolo! Si notava come, se
dalle nostre parti per fare danza ci si
“spoglia” (!), qui ci si veste in modo tale
da esaltare la bellezza della donna con
abiti ed oggetti locali… Che meraviglia. A
me sembra che le donne così sono più belle,
ma lascio il gusto personale che è sempre
opinabile per procedere nel racconto dei
fatti (ma sempre letti da un francescano
occidentale e romantico napoletano!). Dove
siamo andati dunque oggi? Terminata la messa
mattutina, ci siamo diretti alle “Back
Water”. Che sono? Provo a spiegarmi con un
esempio. Conoscete Venezia? Bene è qualcosa
di vicino alla laguna veneta… Ma sono le più
grandi del mondo! Conoscete poi quella
pubblicità sulla vacanza su un isola
caraibica? Bene, ora provate a mettere
insieme le due cose, aggiungendo un
ingrediente fondamentale, la povertà. Eccoci
arrivati. A differenze di Venezia, non ci
sono palazzi, edifici, ma abitazione povere
e ricche a seconda dell’isola piccola o
grande che incontri, fruttata o meno dal
turismo,… Prendendo il battello da buon
“turisti” (sic!) dopo una mezz’ora di
percorso siamo entrati in una delle tante
vie marine tra due isolotti… Appena il tempo
di notare una signora che, con le gambe
nell’acqua, portava a termine la pulizia
delle stoviglie, che l’attenzione veniva
catturata da quell’uomo vicino che provava a
pescare qualcosa col fino (non con la
canna). Giravi la testa dall’altra parte
della via e l’occhio veniva attratto da un
altro uomo che provava a nuotare vicino alla
riva. Ritornavi di qua della via è c’è una
signora che si lavava tranquillamente
mostrando aspetti del fisico fino ad ora ben
coperti altrove e, subito dopo, pensate un
po’… un uomo lavava la mucca sacra!!! Il
viaggiare sul battello permette di mettere
insieme aspetti bellissimi come la presenza
in queste acque, di colore verdastro o
marrone, di una gran varietà di vegetazione,
con fiori di ogni specie (per lo più viola,
bianchi e gialli) ed aspetti inquietanti
come l’uso citato di quest’acqua, aspetti
culturali variegati come la presenza ora un
rito indù su quell’isolotto, la chiesa
cattolica sull’altro isolotto, i musulmani
su quell’altro isolotto ben distinguibili
dal modo di vestirsi delle donne,… aspetti
della globalizzazione ben visibili nelle
isolette per il turismo dei vip! Che dire
ancora? Siamo scesi su di un isolotto per
mangiare qualcosa… Oltre ai turisti
occidentali incontrati, di certo mi è
rimasto il sapore del pesce, fresco e di
ogni tipo, e la bellezza delle orchidee che
gli indiani sanno ben utilizzare per
abbellire anche una palma di cocco… Ma
andiamo oltre la visita in barca alle Back
Water. Rientrati ci siamo diretti alla
grande città di Cochin… Qui, per la prima
volta ho visto le strisce per le strade ed
un nuovo “culto”… In India è tipico vedere
dei grandi templi per la strada, come i
“gigli di Nola” a custodia di una divinità.
La stessa tradizione è stata presa dai
cattolici per cui trovi questi templi con
Gesù, san Antonio, l’Immacolata,… A Cochin
si trovano invece i tempi al Dio “falce e
martello”… Tuttavia solo di molto più
piccoli degli altri e questa la dice lunga
sulla vera forza in India… Incontriamo il
rosso ovunque: siamo in tempo di piena
campagna elettorale e si vede nei tanti
lavori in città e sulle vie di comunicazione
che portano alla megalopoli di Cochin. Qui
il mondo sempre molto più vicino al nostro.
Nella visita della prima chiesa francescana
dedicata a san Antonio, custode della tomba
di Vasco de Gama e di recente passata ai
fratelli anglicani (buona preghiera per
l’unità dei cristiani!), ed alla sinagoga
del 1500, opera di ebrei danesi in riva al
grande oceano indiano ( non proprio così
distante dallo tsumani!), non sono mancate
alcune scene di sofferenza e povertà come
nei film su Madre Teresa (ovviamente dove
noi facevamo la parte dei turisti). I
fratelli indiani ci dicono che qui la
povertà è veramente zero rispetto a quello
che vivono in tutti gli altri stati
dell’India, e più si va al nord e più questa
aumenta! E’ evidente che questo assaggio mi
è bastato per provocarmi sulla scelta
liberamente fatta di essere non solo “per i
poveri”, ma “con i poveri”, come
splendidamente ha presentato fra Agostino
Gardin nella sua relazione.
Giovedì 19 Gennaio. Vi ho già presento
sister Sweetty? L’indigena che dorme di
fronte alla mia finestra e che solo pian
piano siamo riusciti a diventare amici…
Bene! Questa mattina all’alba ha fatto un
baccano che non vi dico, facendomi alzare
dal letto molto prima del dovuto. Hanno
pensato bene infatti di mettere della sua
stanza una bottiglia di plastica piena
d’acqua, visto il caldo che fa è cosa del
tutto normale. Solo che invece di utilizzare
la bottiglia per bere, se la porta a destra
e sinistra, su e giù, la lancia e la
rincorre… E’ una indigena insomma uscita
“fuori di testa”… E poi dicono che gli
uomini sono nate dalle scimmie. Veramente?…
Simpatica, divertente, coccolata scimmietta
del convento, ma qualche volta anche
insopportabile! Come tutte le donne? Come
ogni persona di “cultura diversa”: ho
iniziato così a vivere “relazioni
interculturali” con sister Sweetty. Oggi la
giornata del Congresso è dedicata ad una
Tavola rotonda ed alle Esperienze. Vederle
tutte insieme fa veramente un gran
bell’effetto aprendo il cuore alla gioia di
essere frati ed alla speranza di poterne
realizzare altre dettate dallo Spirito in
ogni provincia!
- LA TAVOLA ROTONDA. Il tema che unifica gli
interventi è Unità dell’Ordine e
pluriformità delle identità culturali. Ai
convenuti, sette frati rappresentanti di
diversi ambienti culturali, è stata data una
pista comune: 1. “Secondo te c’è un modo
Turko, Russo, Zambiano, Brasiliano,… di
essere francescani? In particolare, per te,
personalmente, cosa vuol dire essere
francescano nella cultura da cui provieni e
vivi. 2. Cosa è che vi caratterizza
maggiormente come francescani nella vostra
cultura? 3. In che modo la vostra cultura
locale arricchisce/favorisce la vostra
identità francescana? 4. Ci sono degli
aspetti del francescanesimo che sono in
contrasto con la cultura locale? 5. Cos’è
che la vostra identità francescana locale
può offrire e ricevere dalla grande famiglia
francescana?. Gli interventi, contenuti,
sono stati veramente arricchenti per
l’esperienza di fede personale e, dunque
vanno letti nella loro totalità per rendere
ragione di ognuno. Vi riporto sono i
relatori e l’ambito: fra Joao De Araujo
Ferreira Essere un francescano in Brasile;
fra Paolo Liu Essere un francescano in Cina;
fra Nikolay Dubinin Essere un francescano in
Russia; fra Valentino Redondo Essere un
francescano in Spagna; fra Martin Kmetec
Essere un francescano in Turchia; fra Wayne
Hellman Essere un francescano in U.S.A.; fra
Timothy Kayula Essere un francescano in
Zambia. Veramente la diversità è una
ricchezza e non è dispersione dell’identità
francescana che si conserva non solo per la
Regola e le Costituzioni, ma anche per
l’attingere alle stesse fonti della fede e
del carisma…
- ESPERIENZE. E’ stato il momento veramente
più coinvolgente. Francia. A dare la sua
testimonianza è fra Francois Bustillo,
spagnolo di origine, italiano di formazione
e coinvolto nel Progetto Francia dal tempo
di fra Lanfranco Serrini. Si aiuta
nell’esposizione con i moderni e potenti
mezzi audiovisivi computerizzati che fa
esaltare maggiormente la scelta coraggiosa
di vivere uno stile personale di povertà in
vista della fraternità (assenza di computer
personale, cellulare, TV, libri,…). Ma
andiamo con ordine nella sua esposizione del
progetto. Dopo un po’ di storia e la fatica
di dover ricominciare da zero o da zero
virgola uno, sempre sostenuti dal centro
dell’Ordine e nella libertà di impostare
qualcosa di nuovo rispetto alle province di
provenienza, hanno imparato a leggere la
situazione locale ed i segni dei tempi per
strutturare un progetto capace di renderli
significativi in Francia: svolta
fondamentale è stata la lettera di quaresima
di fra Agostino Gardin. Ecco nato il
progetto. Puntare prima di tutto sulla Vita
di preghiera, sullo sviluppo della
dimensione spirituale, attraverso la
proposta di una Liturgia delle Ore ben
partecipata e cantata, l’adorazione
eucaristica della comunità come digiuno del
Venerdì e quella notturna una volta al mese,
la Lectio divina, l’accompagnamento
spirituale ed esperienze di Eremo. Poi
puntare sulla Vita fraterna, sullo sviluppo
della dimensione umana, tenendo conto che
provenivano anche da culture diverse e
quindi ancora più necessaria oltre al valore
carismatico stesso. Da qui il favorire
occasioni di conoscenza reciproca con
capitoli partecipati e ben preparati dalla
condivisione della Parola, alla vita,… da
uscite fraterne, la cura della casa con
turni di pulizia, di cucina, di presenza in
Chiesa,…, la sobrietà e l’importanza dei
luoghi comuni (dal convento hotel al
convento famiglia), la fraternità come segno
profetico. Infine si è puntati sulla Vita
missionaria, sullo sviluppo della dimensione
evangelica. Fra Francois ha fatto vedere con
dei fatti come sono passati dal nulla di
fatto nelle due chiese parrocchiali a loro
affidate all’audacia della proposta
visibile, girando casa per casa ed “in
tonaca”. Da qui sono passati a ricostruire
la chiesa come popolo di Dio, strutturando
la vita parrocchiale nelle sue dimensioni
proprie… Hanno travato la forza nel gruppo
OFS, sbocco di ogni azione catechetica e
servizio apostolico fino alla ideazione di
un centro di ascolto in Chiesa, tenuto da
laici competenti, per i problemi sociali e
familiari, molto apprezzato dalla diocesi e
già diffuso in altre parrocchie. La missione
è portata avanti su quattro colonne: la
scoperta della spiritualità cristiana e
francescana; la proposta della cultura per
creare legami con la società contemporanea;
la sensibilità sociale con centro di
ascolto; il senso della festa per una chiesa
a colori e non più in bianco e nero… Cuba.
Il fatto che la relazione venga letta da uno
di noi dice la grande difficoltà che si vive
a Cuba dove non è proprio così facile
prendere un aereo e spostarsi dove si vuole
e quando si vuole. Firmata dai tre frati ivi
residenti, fra Silvano Castelli, fra
Fernando Maggiori e fra Roberto Carboni, il
testo presenta la storia della fondazione,
qualche difficoltà trovata come l’essere “in
un Isola… isolata”, le sfide della realtà,
la risposta della comunità nell’
“evangelizzare con la vita”, le speranze per
il futuro progettando una casa a La Havana
per una formazione delle nuove vocazioni in
comunione con le altre famiglie francescane
presenti. Ghana. Questa esperienza è
veramente quello che si dice vivere non per
i poveri, ma tra i poveri, ed è di un
confratello della provincia di Padova, fra
Arcadio Sicher, da anni missionario in
Ghana, e da anni inserito con i poveri
africani delle Baraccopoli. Racconta con
vera passione la sua esperienza prima ad
Korogocho, uno degli slum di Nairobi dove i
comboniani vivono con una comunità, poi a
Old Fadama (vecchia palude), una baraccopoli
al centro della città di Accra dove c’è di
tutto, ma meno violenza rispetto a Nairobi
dove lo stato aveva ingiunto l’evaquazione
degli stranieri. Un formicaio di gente, dove
il lavoro delle donne dai più piccoli e
quello di fare i portatori, andando ai
mercati per aiutare a portare frutta o
quant’altro… Se i bambini portano la legna,
per gli uomini il lavoro è spesso meno
dignitoso, portando rifiuti ed escrementi…
Qui si è iniziato una scuola serale per
adulti… “Una semplice parola riassume tutto
quello che ho vissuto nelle baraccopoli:
Dio. Qui non si può vivere senza di lui ed
egli è così vero e vivo… Non c’è niente di
straordinario nel vivere nelle baraccopoli,
è vivere l’ordinario di Dio, è essere dove
Lui è…”. Fra Arcadio mostra come
conversione, preghiera, fraternità, comunità
francescana, profezia dei poveri qui
acquistano il loro vero senso. Conclude,
citando Bonhoeffer, che “storia, teologia,
economia e politica, la vita stessa, non
possono essere che lette con gli occhi degli
ultimi, dei sofferenti”. Uzbekistan. La
testimonianza in questa terra della vecchia
unione sovietica è di fra Piotr Kawa, un
fratello polacco che, desideroso di essere
missionario in Turchia, si è poi ritrovato
in Uzbekistan. Presenta gli inizi di questa
missione ed il contesto sociale, economico e
religioso, servendosi anche lui di una serie
di diapositive diligentemente preparate dai
sui “ragazzi di strada”. Passa a parlare del
dialogo interreligioso che andrebbe meglio
sviluppato con la conoscenza dell’arabo e
del mondo islamico, per il momento fatto di
incontri occasionali e di riconciliazione ed
aiuto sociale. Lui stesso gestisce ora una
bella realtà di “ragazzi di strada” con
l’offerta dell’educazione, dello studio,…
India. La testimonianza è offerta da fra
Raymond Ponmelil, già chierico al
Franciscanum, impegnato come rettore dei
chierici e nel dialogo di pace. Presenta
così la sua esperienza nelle diverse e ben
articolate esperienze indiane nel campo
della Pace e dialogo. Parte presentando lo
sviluppo della Pace e Dialogo in India
attraverso gli Ashrams, luoghi privilegiati
di dialogo con persone di altre religioni, i
Centri di dialogo (centri spirituali, centri
accademici e centri religioso-culturali), i
Gruppi di dialogo, le Associazioni di
dialogo ed, infine, il dialogo nei Gruppi di
Azione. Passa poi ad indicare, in base alla
sua esperienza personale, gli atteggiamenti
e qualità necessari per dialogare:
l’accettazione dell’uguaglianza dei partner
in dialogo; una trasparenza dei motivi; un
impegno nella propria fede; apertura
all’altro; prontezza nel cambiare; una
ricerca della verità; un atteggiamento di
preghiera; un atteggiamento di amore e
speranza; la franchezza ad una critica delle
religioni; una preparazione adeguata.
Prospetta i problemi trovati nel dialogo,
all’interno del cristianesimo e nelle altre
religioni. Offre il lavoro della Conferenza
indiana, la CBCI e le attività promosse.
Indica poi il contributo dei Frati Minori
Conventuali in India alla pace e dialogo
attraverso la FCPD, con le sue mete e le
attività come: il premio nazionale dello
Spirito di Assisi, Sarva Matha Shanti Ghosh;
Assisi Annual Lecture; Inter-Faith Sat-Sang.
Venerdì 20 Gennaio. Oggi è un giorno
speciale per l’India, il giorno in cui si
ringrazia Dio per il raccolto. Questo mi
permette di offrirvi indicazioni sul come si
mangia. Ecco il menù di oggi. Il piatto ci
viene presentato semplicemente con una bella
foglia di banana. Ci si serve poi attingendo
a grossi contenitori che mantengono il cibo
caldo. La prima pietanza è il Chappathi,
semplicemente del pane di grano, fatto nella
modalità di una piadina romagnola. La
seconda e terza pietanza è il Boiled Rice ed
il Basmathi Rice, due tipi diversi di riso
bollito, il primo simile al nostro con delle
macchie marrone, il secondo alla “cinese”,
come meglio la conosciamo, ma non è proprio
così… Queste pietanze servono di sostegno a
diversi condimenti che oggi sono solo a base
di vegetali, dunque oggi, nella festa del
raccolto, niente carne e niente pesce
(veramente squisito da queste parti e
rigorosamente fresco!). Il condimento è dato
dal: Sambar, verdure di vario tipo nel sugo
e tanto peperoncino piccante; l’Olan è fatto
anch’esso da vegetali ma nel sugo di latte…
si intravedono tra le cose conosciute la
foglia di alloro e fagioli; Aviec è fatto
invece con vegetali, tra cui si riconosce il
bambù e le carote, il tutto nel sugo di
cocco. Seguono i contorni, una varietà di
cose, tra le quali sono attirato dalle
banane fritte normali e banane fritte allo
succhero… Seguono altre pietanze a base di
verdure, come il Thoran, della verza con
tanto pepe nero (di spezie se ne usano
proprio tante per me difficilmente
distinguibili!), il Kalan, fatto con banane
e yogurt, l’Erissery, con fagioli e cocco,
infine il Butter Milk, comprensibile perché
in inglese (!). Si passa al dolce che è dato
dal Paiasam, servito in due modalità
differenti in due bicchieri… Ho cercato di
capire cosa fosse, ma anche la spiegazione
non mi è servita per accrescere la mia
conoscenza… Al palato è mangiabile… Dicono
formato con spezie dolci! Quello che ci
“salva” alla fine è la frutta, banane di
diverso tipo, mango, papaia, ananas, uva,
mela, arance,… Strano a dirsi, ma non ho
fino ad ora mangiato il cocco come da noi!
Un paradiso terrestre dunque: provarci per
credere! Nel mio piatto, vi garantisco, è
rimasto solo la foglia di banana… e si vive
benissimo nonostante il caldo di questi
giorni (30 all’ombra!). Pur tuttavia nulla
potrà mai togliere il posto alla “pizza
napoletana”!
La giornata congressuale affronta oggi il
tema finale Spunti per una metodologia
missionaria dell’Ordine.
- I RELAZIONE. La relazione del giorno è
affidata al vicario generale fra Firmino
Giacometti: Necessità, Contenuti e Priorità
del “Progetto Missionario Comunitario” in
contesto di “Plantatio Ordinis”. Egli divide
la relazione in 5 punti. Nel primo punto
sottolinea la necessità di un passaggio da
“un approccio francescano alla missiologia
ad una metodologia missionaria francescana
conventuale” e questo perché “la missione è
manifestazione ecclesiale e perciò
comunitaria… a vivere il Vangelo in mezzo a
fratelli di un’altra cultura e con essi… I
missionari dunque costituiscono una comunità
di pellegrini ed ospiti (vivono la
provvisorietà dello straniero)… che assumono
il linguaggio e le categorie culturali della
comunità ecclesiale in cui è inserita…”. Ciò
che caratterizza dunque il nostro fare
missione è “una missione in comunione
attraverso la fraternità”. Nel secondo punto
fra Firmino presenta il “sogno di una
progettazione missionaria compartecipata da
frati, istituti religiosi francescani e
laici”. Si tratta di chiamare a condividere
la missione quanti condividono il carisma
francescano… secondo lo specifico di ognuno…
Una missione comunitaria condivisa in cui i
laici e i religiosi portano competenze umane
e spirituali proprie e le uniscono in una
azione comune condividendo responsabilità,
potere decisionale e scelte di servizio”.
Col terzo punto il vicario passa a
considerare il “problema della
collaborazione fraterna all’interno
dell’Ordine per una azione missionaria”.
Punta sulla necessità di avere un “Progetto
di missionarietà nella comunione… che miri a
definire le modalità concrete di una nuova
presenza ed identità… necessariamente
dinamico e comunitario”. Da qui parlando
delle Missioni delle Province e delle
missioni dell’Ordine, sottolinea gli impegni
necessari per una Plantatio Ordinis:
progetto missionario comunitario, impegno
che si protrae nel tempo, personale ben
preparato, l’impegno economico. Restano
aperte questioni: come favorire una genuina
conoscenza e scambio tra i frati? Come
conciliare l’unità e la pluriformità? Cosa
offre il francescanesimo alla Chiesa locale?
Come favorire il mutuo arricchimento fra le
comunità francescane? Affronta anche il
problema economico di cui sottolinea: “il
flusso della solidarietà deve scorrere tra
una fraternità all’altra più che da un
individuo all’altro; è più corretto parlare
di equità che di uguaglianza, rispondendo ai
bisogni necessari secondo la propria
cultura; il principio della sussidiarietà
richiede che nessuno deve chiedere ad un
altro ciò che può provvedere con il proprio
lavoro”. Il quarto punto tratta del problema
della formazione dei missionari: una
formazione di base alla missione già nella
Formazione Iniziale; una formazione
specifica esperienziale e culturale per gli
aspiranti missionari col discernimento; la
formazione permanente. Il quinto punto tenta
di vedere cosa si sta facendo e cosa si può
fare puntando sulla “necessità di un
Segretariato generale per l’animazione
missionaria”, la continuazione del già
avviato corso di formazione
inter-francescano per la preparazione dei
nuovi missionari; lo studio di un corso di
formazione permanente per i missionari dopo
i primi 4/5 anni ed una dopo 10 anni…
- TAVOLA ROTONDA. Il primo intervento nella
tavola rotonda è di fra Luciano Marini,
responsabile del Centro Missionario CIMP.
Egli espone la sua esperienza ed offre molti
suggerimenti circa l’Animazione Missionaria
nelle comunità, parrocchie e province. Dopo
il preambolo sull’Animazione missionaria,
offre la visione del suo stretto
collegamento con la solidarietà. Definisce
dunque il compito dell’Animatore missionario
per i frati, per i seminari: per la nascita
di gruppi missionari, per l’animazione della
Giornata Missionaria Francescana, per i
rapporti con istituzioni missionarie e con
gli enti pubblici, per i rapporti con i
benefattori, per il coordinamento tra gli
animatori e lo SGAM. Passa a parlare del
Volontariato missionario e della condizione
essenziale della collaborazione delle
missioni con l’Animatore (es. adozioni a
distanza). Il secondo intervento è di Rosa
Galimberti, l’unica donna del convegno (!),
ministro nazionale Ofs d’Italia: Frati
Minori Conventuali e Ce.Mi.Ofs: in missione
insieme? La Galimberti parte dalla Chiesa
dove situa il cammino della Famiglia
Francescana e nel suo interno quello
dell’Ordine Francescano Secolare. Poi
presenta i testi del documento Ofs –Italia
circa la missione per poi parlare
dell’esperienza del Ce.Mi.Ofs, cioè del
servizio dell’Ofs Nazionale per
la’animazione missionaria, la promozione
della cooperazione missionaria, del
Volontariato Internazionale e del Laicato
Missionario francescano in ordine
all’evangelizzazione e alla cooperazione tra
le chiese (compiti, settori). Segue con la
tipologia della presenza, presentando il
percorso di preparazione, gli orientamenti
per la presenza in missione, la situazione
attuale. Termina cercando di rispondere alla
domanda iniziale: “un cammino da fare
insieme… un capitolo nuovo e aperto che
potremmo cominciare… si tratta di trovare
una identità di stile, di modalità
espressiva e di funzione che ancora va
approfondita… finalizzata a costruire la
Chiesa… può dilatare e realizzare il
messaggio francescano in una integrazione
reciproca di completezza per proiettare nel
futuro la continuità del nostro carisma di
comunione con e per tutte le sue creature”.
Il terzo intervento è da parte di fra Jan
Lempicki, fra Piotr Kyc e fra Miroslaw
Buczko su La solidarietà delle singole
giurisdizioni riguardo alla missione
dell’Ordine. Partendo dei documenti
magisteriali della Chiesa circa la missione,
sviluppano il tema nella linea della
“solidarietà dell’Ordine verso le missioni
già in atto” (facendo notare la sproporzione
di forze numeriche tra le 41 missioni su 80
giurisdizioni presenti nell’Ordine), nella
linea della “solidarietà dell’Ordine nella
preparazione dei progetti missionari” ed
infine nella linea della “collaborazione e
solidarietà delle giurisdizioni nella
preparazione diretta dei missionari” (già
dal seminario, con diversi corsi, per dei
formatori ben preparati, non avendo paura di
mandare anche dei seminaristi a continuare
gli studi in altra nazione, guidati da
segretariati istituiti in ogni giurisdizione
oltre che al centro dell’Ordine). L’ultimo
intervento della tavola rotonda, del giorno
e del convegno è di fra Valentino Maragno,
su “promozione umana e Missione: Antonio,
Vangelo e Carità. Presenta il lavoro portato
avanti dalla provincia di Padova con una
programmazione iniziata dal 2000
distinguendo una povertà di beni primari,
una povertà di beni relazionali ed una
povertà di senso e valori. Il lavoro è
portato avanti per aree di impegno
apostolico: l’area formativa, l’area
pastorale, l’area socio-caritativa, l’area
della “missio ad gentes”. Ci sono tre
proposte di missione e promozione umana: il
Centro Provinciale Missioni, La Caritas
Antoniana ed il Sistema Francescantoniano.
Fra Valentino espone in modo dettagliato gli
interventi mirati e ben progettati delle tre
proposte… I denaro viene così gestito
rispettando lo sviluppo dell’uomo prima di
tutto a livello formativo, poi pastorale ed
infine solidale. “ ‘Aveva occhi e vedeva’, è
l’elogio più bello fatto a Madre Teresa di
Calcutta da un acuto osservatore della vita
come Pier Paolo Pasolini, che di lei ha
scritto ‘Suor Teresa è una donna dall’occhio
dolce, che, dove guarda vede’. Questo è
molto diverso di tanta beneficenza che dà
qualcosa ‘senza vedere’ e quindi senza mai
incontrare veramente l’altro”.
Sabato 21 Gennaio. Giornata conclusiva del
Convegno. Si cerca di tirare qualche
conclusione… e si elabora una lettera da
inviare a tutto l’Ordine! Oggi è anche la
giornata conclusiva delle celebrazioni per i
25 anni della missione in India, dunque
altra grande parata… con tutti i membri
della Custodia convenuti da tutti i
conventi: un centinaio dal seminario minore,
40 dal postulato, 10 dal noviziato, altri 40
circa dal chiericato, e poi tutti gli altri…
Insomma una “milizia francescana” giovane e
carica di sogni che fanno invidia (ma che
dovrebbe far ancor più riflettere per capire
i disegni di Dio e spingere a scelte
diverse) alle province di antica tradizione
francescana (un altro modo per dire le
nostre province!!!). Le celebrazioni sono
iniziate con un grande apparato scenico:
mille lampadine di vario colore che fanno
ricordare il Natale nelle città italiane,
grossi ombrelli stile indiani e bandiere di
vario colore, pulizia delle aiuole e
sistemazione per il rinfresco,… E’ così
pronta l’accoglienza dei frati, delle
autorità locali civile e religiose, degli
amici, della gente… Si da inizio alla
solenne celebrazione eucaristica alle 15.30
(!) presieduta dal ministro generale causa
indisponibilità dei Mons. Varkey Vithayathil
(Arcivescovo Primate per il Rito
Syro-Malabarico), il rito è dunque quello
romano e le melodie propongono la messa “De
Angelis”… Ma non mancano le danze (fiori,
incenso e luce) ed i canti locali che
accompagnano anche il momento dei “discorsi
di circostanza”. Ad intervenire sono prima
fra Joseph Cilia, il missionario maggiore
della missione, poi il Vicario generale, fra
Firmino Giacometti a nome della CIMP, quindi
l’ex ministro generale fra Agostino Gardin,
il missionario “minore" fra Ugolino a nome
del Provinciale di Malta. Seguono la
“pubblicazione” di un libro sulla missione
di fra Joseph Cilia e di un CD sulle opere
attuali della missione, la benedizione della
prima pietra della erigenda casa per i
malati di ADS da parte del Provinciale di
Padova, fra Marco Tasca, per il sostegno
economico da parte della Caritas Antoniana.
Conclude questo momento il Custode
dell’India, fra Mathew Purjdom… Il tutto per
un periodo di appena tre ore e trenta minuti
circa! E la cosa non finisce qui. Fuori,
dopo la foto di rito ed il cambio di abito,
ci attende una buona bevanda per poi
dirigerci alla curia provinciale dove si
“benedice la lapide di ricordo”… E per
finire la cena sotto le stelle (qui la sera
arriva già verso le 17.30 con una striscia
di colore rosso che dipinge tutto
l’orizzonte pieno di palme di cocco e di
banane) accompagnato da un “programma
culturale-folcloristico”.
- In realtà il programma non finisce con la
festa, ma con la visita di domani, Domenica
22 gennaio, con la visita di alcuni centri
sociali dove frati e istituti femminili
portano avanti l’assistenza dei malati di
ADS e dei lebbrosi. Dunque per i frati non
finisce tutto a “tarallucci e vino”, come
qualcuno pensa e propone, ma nel servizio di
carità: l’amore che professiamo e che ci
distingue come figli cresciuti, adulti, del
Dio di Gesù Cristo, non è tale se non si fa
servizio ai vicini ed ai lontani, con
intensità e passione! Gloria e lode alla
Santa Trinità, al nostro padre Francesco ed
a tutti i santi francescani che amando
permettono all’Amore di Dio di far crescere
un “nuovo mondo”!
Domenica 22 Gennaio. Come si diceva ieri, il
Congresso non termina con la Festa, ma col
servizio. La giornata di oggi è dunque
dedicata a delle visite speciali.
- La prima visita è per un santuario
buddista, dove si venera la figura di un
grande filosofo (ma qui la filosofia non è
mai disgiunta dalla teologia: la ricerca
della verità è sempre ricerca di Dio!),
qualcosa come Sri Adi Santhara. La struttura
si erge come la Torre di Pisa a custodire la
tomba del santo filosofo situata in cima
alla torre. Nel salire i 9 piani, sempre
scalzi ovviamente – mi colpiva una donna che
puliva il pavimento con uno scopino senza
bastone (qui non si usano le nostre scope!)
tutta piegata quando sotto i piedi sentivo
che c’era di tutto -, sostiamo davanti a
rappresentazioni che ne spiegano la storia.
Al centro della sua vita numerosi
pellegrinaggi alle divinità induiste e
costruzioni di nuovi templi fino ad arrivare
nel Nepal, concependo tutte le divinità come
un “unico Dio” che si manifestava in diversi
modi. Dall’alto della torre è possibile
assistere ad una visione suggestiva, la
spianata di palme di cocco e di banane che
fanno da ombrello ad un popolo così
numeroso.
- Ci siamo diretti alla Rosary Village, ad
un santuario mariano con annesso villaggio e
giardino con grandi statue riproducenti i
misteri del Rosario e con tante “Ave Maria”
nelle più disparate lingue di questo mondo.
Appena siamo arrivati la santa messa era in
corso. La prima cosa che colpiva era la
quantità della gente presente… lo si vedeva
non solo dalla gente che restava sulle porte
laterali e all’esterno dell’entrata
principale, ma anche dalle miriadi di scarpe
che circondavano, accumulate, la Chiesa.
L’aula era veramente grande eppure non c’era
un posto libero. . Anche qui si vedeva la
rigorosa separazione tra donne a destra e
uomini a sinistra. Al centro dell’aula tutti
i bambini che al termine ella liturgia sono
rimasti per la catechesi domenicale. Colpiva
ancora la compostezza di tutti, nonostante
la situazione non proprio piacevole (tutti
seduti per terra o inginocchiati!) ed i
bambini… perfettamente in fila, silenziosi,
attenti, sotto lo sguardo vigile ed
amorevole dei loro genitori. Da quando sono
qui non ho visto un gesto di forza fatto dai
genitori sui figli, ma anche un forte senso
civico e di rispetto per i genitori. Mi sono
chiesto se da noi non stiamo sbagliando
tutto nell’educazione familiare! Il senso
della festa era evidente ed il rito
siro-malabarico riesce a mantenerlo vivo.
Quando la messa è finita, ci siamo portati
lontano dal Santuario per permettere alla
gente di uscire… Sembrava un alveare! Sempre
con massimo silenzio, le famiglie si
ricomponevano, con sorrisi e strette di mano
che aprivano il cuore, con lo stringere tra
le braccia della mamma l’ultimo di casa ed
il portare con le mani del padre i più
grandi. Qui veramente il senso di famiglia è
molto forte ed è la motivazione per cui la
vita religiosa e le vocazioni sono veramente
solide e serene. Alcune famiglie si
accostavano e ci chiedevano informazioni
sulla provenienza… Un'altra famiglia ci ha
invitato ad entrare anche con le scarpe…
Loro hanno fatto altrettanto e non si sono
separati… Non c’è bigottismo come si può
vedere, ma vero senso di fede e grandi
valori, non ultimo l’ospitalità… Veniamo a
sapere poi che non sono tutti “cristiani”.
Questo santuario mariano è molto frequentato
anche dagli induisti e musulmani. Maria
riesce a raccogliere sotto il suo manto
tutti i suoi figli! Nell’andar via assisto
ad una benedizione di una macchina. Anche
qui il benessere sta crescendo tra la gente
e per l’indiano avere una macchina o una
moto, dopo la casa, è motivo di grande
soddisfazione. Il rito è stato tutt’altro
che sbrigativo ed essenziale come dalle
nostre parti, tanto che il pulmino doveva
partire e non sono arrivato a vedere la
conclusione.
- La conclusione è stata la visita del
lebbrosario, un appezzamento di terreno
molto grande di cui abbiamo visto solo
l’entrata, una struttura governativa a
favore di questa piaga endemica per questo
popolo. Si passa quasi di colpo in una zona
che sa di dimenticato. Non che fuori le
strade siano migliori, in qualche modo
curate da materiale vario che si accumula a
destra e sinistra della strada, ma qui
sembra che non ci passi mai nessuno, con
erba alta a destra e sinistra della strada,
un sottobosco (meglio “sottopalmeto”)
lasciato allo stato selvaggio. Si incontrano
all’inizio delle case famiglia, case per le
famiglie che hanno superato la malattia, ma
che non possono essere inserite nella
società, visto che la malattia non lo
permette. Si vede allora qualche volto, uno
che va in bicicletta, delle caprette… Qui
vivono tutti i lebbrosi senza distinzioni di
fede ed allora il governo ha pensato bene di
costruire anche i luoghi di culto. Noi ci
portiamo alla Chiesa dove lasciamo i pulmini
ed attendiamo la superiora. Da dieci anni
infatti questo lebbrosario è affidato alle
Suore Francescane di Santa Chiara. E’ un
istituto sorto in India con presenze anche
in Europa, di vita attiva e dunque non ha
nulla a che fare con le clarisse. Quando
sono arrivate qui, la situazione era
veramente tremenda, ci racconta la
superiora. La malattia non era curata e le
piaghe erano purulente ovunque… I pagati
dallo stato, non facevano il loro dovere
approfittandosi della situazione
incontrollabile. Ora il Villaggio è meglio
strutturato. I malati attivi si sono ridotti
e spostati in fondo a tutto, chiaramente non
visitabili. Le famiglie guarite hanno
ottenuto una casa più degna per la loro vita
e cercano di dare una mano per la gestione
sociale secondo le possibilità (la malattia
infatti lascia segni evidenti nella mancanza
di qualche parte del corpo). Poi ci sono i
“reietti”, coloro che, a causa della
malattia, sono stati rifiutati dalla
parentela. Questi, anche se guariti, vivono
senza nulla e sono accolti insieme i dei
dormitori comuni. Abbiamo potuto visitare
questi in due strutture diverse, una per i
maschi ed una per le femmine… Le immagini
dei malati di Madre Teresa sono di gran
lunga migliori che quelle che abbiamo
incontrato. Strutture tetre, letti di legno
e solo alcuni avevano un materassino che
ricordava la prima guerra mondiale… Sul muro
trovavi l’immagine del santo (cristiano o
induista per lo più), e … l’immagine dei
parenti che li avevano abbandonati. Le cose
personali (libretti di preghiera, un cambio,
le scodelle per mangiare e poco altro
ancora) erano sistemate sul letto o sotto il
letto. Non ho visto molti armadi... Al
nostro passare tutti ci salutavano col
saluto indiano (le mani giunte alla bocca
con l’abbassamento della testa)… Un paio di
loro hanno iniziato un canto indiano non
portandolo a termine perché non proprio così
efficienti… I segni della lebbra li
conoscete e le conseguenze visibili che
lascia anche, e non sto a descrivere oltre
quanto manca a queste persone nella salute e
nelle cose… La Suorina si muove con
disinvoltura presentando noi ed i residenti,
così anche i frati indiani che ci hanno
accompagnato e che qui operano da
cappellani… Anche io mi muovo, ma con meno
disinvoltura, stregato ancora una volta
dagli occhi di questa gente: avverto in loro
un forte anelito alla vita senza rancori e
paure, così che anche il volto, rugato e
consumato, offre un sorriso sereno,
rispettoso ed aperto alla speranza, la
speranza della reincarnazione per gli
induisti, del paradiso per i cristiani, …la
speranza che colui che hai davanti sia un
uomo di Dio!
Fra Alfredo M. Avallone
“ NON POSSIAMO TACERE CIO’ CHE ABBIAMO VISTO
E ASCOLTATO” (At 4,20)
Lettera a tutti i frati dell’ Ordine
Cari frati, vi giunga un saluto di pace e
bene in Gesù Cristo e nel Serafico Padre san
Francesco. Ci siamo riuniti a Cochin nello
stato del Kerala, in India, con il Ministro
Generale e il suo definitorio, per il primo
Congresso Internazionale Missionario, nei
giorni 12-22 gennaio 2006.
Abbiamo riflettuto insieme con attenzione
sul tema: “Formare Frati Minori Conventuali
all’internazionalità e alla missione
all’inizio del terzo millennio”. Alla
conclusione dei lavori del Congresso
sentiamo anzitutto il dovere e la gioia di
ringraziare i nostri fratelli della Custodia
provinciale S. Massimiliano Kolbe
dell’India, i quali si sono prodigati con
grande disponibilità per rendere
confortevole il nostro soggiorno e per
facilitare in ogni maniera i nostri lavori,
senza trascurare di farci conoscere alcuni
aspetti particolarmente significativi della
cultura e del territorio. Ci ha riempito di
meraviglia una Custodia in rapida crescita,
che manifesta una singolare vitalità e
vivacità francescana e un vivo senso di
appartenenza all’Ordine. Ci siamo davvero
sentiti accolti come fratelli!
Siamo riconoscenti a Dio per esserci potuti
incontrare così numerosi (eravamo 68 frati)
provenienti dai cinque continenti, di lingue
e culture diverse, uniti dall’obiettivo di
promuovere un rinnovato impegno missionario
ed offrire spunti per una aggiornata
metodologia missionaria dell’Ordine. Le
relazioni ascoltate, la condivisione di
esperienze e gli scambi fraterni si sono
incentrati sui temi: fraternità, vangelo,
multiculturalità e inter-culturalità,
missione. Molto attenta e coinvolgente è
stata la partecipazione di tutti i presenti.
Il pellegrinaggio ai luoghi di san Tommaso
apostolo, secondo la tradizione primo
evangelizzatore dell’India, l’incontro con i
cardinali Ivan Dias, Arcivescovo di Mumbai,
e Varkei Vithayathil, Arcivescovo di
Ernakulam, Primate per il rito
siro-malabrico, la celebrazione domenicale
dell’Eucaristia in rito siro-malabarico, la
visita a luoghi significativi della Custodia
come il postulato ed il seminario maggiore,
nonché una escursione in barca in una zona
molto suggestiva, hanno completato in modo
significativo questa esperienza di
condivisione.
Durante il Congresso abbiamo riflettuto su
una serie di argomenti, che vogliamo qui
richiamare sinteticamente.
Il mondo in cui molti di noi vivono è
segnato dal fenomeno del secolarismo, dalla
indifferenza e soprattutto dalla
globalizzazione: tutto questo produce
sovente una profonda crisi dei valori umani,
religiosi, sociali e culturali; crea inoltre
un deterioramento della situazione
economica, che incrementa la povertà,
l’ingiustizia, l’esclusione di troppi
dall’uso dei beni ed i flussi migratori
verso l’Occidente e le megalopoli. Questi
fenomeni accelerano i processi di
internazionalità e di multiculturalità, i
quali però non sono quasi mai accompagnati
da un vero dialogo interculturale. Si tratta
di situazioni che interpellano la Chiesa e
la vita religiosa, e dunque anche il nostro
Ordine, e che ci chiedono un cambiamento del
nostro “essere in missione”.
Costatiamo che la Chiesa, e anche il
nostro Ordine, stanno provvidenzialmente
crescendo, anche quantitativamente, nel Sud
del mondo (Asia, Africa, America Latina).
Questo fatto ci stimola non solo a saper
accogliere la diversità del fratello come
dono di Dio (Testamento 1), ma anche a
costruire una vera fraternità in costante
ascolto reciproco e in permanente scambio
culturale. Questo processo esige una grande
apertura di mente e di cuore ed una
conversione permanente da autentici frati
minori.
La nostra missione ha una radice
trinitaria: scaturisce dall’unica missione
del Figlio di Dio, Gesù Cristo, inviato dal
Padre (cfr Ad gentes 2), e si attua
soprattutto nella testimonianza di una vita
contemplativa, santa, fraterna (cfr
Redemptoris missio 90). La missione ci
riguarda veramente tutti, in tutti i luoghi
in cui l’Ordine è presente. Vogliamo
sottolineare che anche i frati che vivono
nelle chiese di antica o non recente
fondazione, in ambienti spesso molto
secolarizzati ed indifferenti, sono chiamati
ad “andare”, con umiltà e semplicità, verso
i fratelli ai quali la figura di Gesù e
l’appartenenza alla Chiesa “non interessa”.
E vogliamo anche ricordare che l’impegno per
la giustizia, la pace, la salvaguardia del
creato, il dialogo interreligioso sono parte
irrinunciabile della missione.
Alla luce della Parola di Dio, e chiedendo
l’intelligenza che viene dallo Spirito,
accogliamo con umiltà i doni che il Signore
ha operato nel nostro Ordine: il notevole
incremento della nostra presenza in nuovi
paesi negli ultimi 40 anni, specialmente nel
Sud del mondo e nell’Est europeo, la
generosa disponibilità di molti frati per la
missione ad gentes, le nuove vocazioni alla
vita francescana, la testimonianza profetica
di alcuni frati in ambienti difficili ed
emarginati che abbiamo potuto conoscere
anche nel corso del Congresso, la ricerca di
nuovi spazi di presenza francescana
particolarmente nel dialogo inter-religioso
secondo lo “spirito di Assisi”, la
solidarietà espressa da molti benefattori.
Nello stesso tempo, siamo coscienti dei
nostri errori personali ed istituzionali che
hanno ostacolato la nostra missione di frati
minori: un certo individualismo nelle
iniziative missionarie, un modo troppo
occidentale di operare nelle missioni ad
gentes, una scarsa collaborazione fra le
Province, la carenza di preparazione dei
missionari, la mancanza di un vero progetto
missionario dell’Ordine.
La revisione della nostra storia recente,
alla luce del nostro carisma, ci spinge a
rinnovare il nostro impegno di vita
fraterna, di minorità, di testimonianza
evangelica e di conversione permanente,
annunciando il regno di Dio e la sua
giustizia mediante una vita in semplicità e
una scelta preferenziale per i poveri, gli
emarginati, senza temere di aprire un
dialogo sincero con tutti, come ci insegna
con grande efficacia il nostro Padre san
Francesco (cfr Rnb XVI). Da questa
esperienza di Congresso noi sentiamo, come
gli apostoli, che “non possiamo tacere ciò
che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20).
Pensiamo che il modo francescano di essere
missionari debba emergere dalla realtà
profonda del nostro carisma, così come ci
chiedono diversi documenti della Chiesa e
anche del nostro Ordine (cfr Ad gentes,
Evangelii nuntiandi; documenti del Capitolo
Generale Straordinario del Messico del
1992): tali testi ci invitano ad essere
veramente frati minori nella semplicità,
umiltà, disponibilità, itineranza di mente e
di cuore, capacità di apertura all’altro,
espropriazione, seguendo in tutto l’esempio
di san Francesco e di altri santi
dell’Ordine come sant’Antonio di Padova e
san Massimiliano Kolbe.
Riteniamo importante diffondere nelle
nostre comunità e Circoscrizioni le diverse
tematiche trattate in questo Congresso, in
particolare una educazione che sappia
condurci dalla multiculturalità alla
interculturalità e l’impegno irrinunciabile
della missione.
Perché tutto ciò possa avere attuazione,
sentiamo il bisogno di offrire alcuni
suggerimenti al governo dell’Ordine e al
prossimo Capitolo Generale:
1) favorire l’elaborazione di un progetto
missionario dell’Ordine che comprenda:
• una migliore conoscenza della nostra
eredità culturale, intellettuale e
spirituale, che nei secoli passati ha
aiutato il nostro Ordine ad essere in
missione;
• una riflessione missiologica francescana;
• una metodologia missionaria francescana;
• una educazione all’inter-culturalità,
soprattutto nei diversi centri formativi
dell’Ordine ,
2) curare e rendere obbligatoria la
preparazione e l’aggiornamento non solo dei
missionari, ma anche dei frati che prestano
servizio in un’altra cultura/nazione;
3) promuovere la solidarietà nel campo
missionario, sia di personale che di
sostegno economico, in particolare per la
formazione;
4) incoraggiare la cooperazione nelle
Conferenze e tra le Conferenze nella
elaborazione di progetti missionari che lo
richiedano, previ eventuali aggiustamenti
giuridici;
5) potenziare il Segretariato generale per
l’animazione missionaria con funzione di
informazione, animazione, progettazione e
coordinamento dei Segretariati provinciali e
di Conferenze;
6) incentivare la compartecipazione in
progetti missionari con i laici,
specialmente con quelli della famiglia
francescana (OFS, MI);
7) continuare l’esperienza dei Congressi
missionari (nazionali, di Conferenze...)
anche su temi specifici (per esempio sul
dialogo con l’Islam), data l’importanza
dello scambio di esperienze e di riflessione
missiologica provenienti da vari contesti;
8) assicurare l’accompagnamento continuo
delle nostre presenze missionarie, offrendo
ai nostri giovani una solida formazione
francescana con formatori adeguatamente
preparati;
9) sviluppare una migliore comunicazione
(lingue comuni, traduzioni e Web) per
favorire la conoscenza reciproca e la
coscienza missionaria tra i frati.
Consapevoli che siamo solo all’inizio di una
cammino verso una rinnovata coscienza
missionaria, che può scaturire solo da una
profonda passione per Gesù Cristo e per
l’uomo, vi invitiamo ad unirvi a noi
nell’approfondire ed estendere queste
riflessioni a tutte le realtà della nostra
famiglia francescana.
I frati partecipanti al primo Congresso
Internazionale Missionario
Cochin - Kerala (India), 21 gennaio 2006
VALUTAZIONE DELL’ESPERIENZA DEL CONGRESSO
1. Come valuti in genere l’esperienza del
Congresso? Luci ed ombre.
L’esperienza è stata veramente bella sia per
la presenza di questi fratelli sia per
l’organizzazione nel suo insieme. A caldo
dell’esperienza, le cosa più “luminose” sono
quelle che hanno toccato il cuore (in
genere, le verità emerse dalle molte e
ricche relazioni saranno luminose più
avanti!)… e cioè:
- la possibilità di aver potuto vivere
all’indiana (non in albergo) e di aver
potuto entrare in dialogo tra le diverse
culture di provenienza, usando rispetto ed
interesse. Dunque non solo teoria, ma anche
pratica;
- la condivisione delle esperienze dei
nostri frati, specie quelle di inserimento
tra i poveri che mi hanno aperto alla
gratitudine a Dio per questi fratelli ed
alla speranza per il futuro del nostro
Ordine;
- l’incontro con gli occhi della povertà e
della sofferenza, uguali in ogni parte del
mondo, che mi fanno sentire l’amore di Dio
che chiama e manda, rianimando la mia scelta
vocazionale.
Le ombre sono dovute a limiti di
circostanza, come la divisione dei frati in
due gruppi che non ha permesso molto il
dialogo informale o i troppe e non proprio
chiari avvisi…
2. Come valuti la metodologia usata nel
Congresso? Come potrebbe essere migliorata?
Nell’insieme non ho trovato grossi problemi
di partecipazione (cfr. la scelta
dell’india, la strutturazione, le
conferenze, l’orario, le uscite,…). Ritengo
che sia stato pensato con rigore e
sensibilità per cui un grazie di cuore agli
organizzatori, capaci di flessibilità e di
adattamento anche durante lo svolgimento. Mi
è parso arricchente la proposta di un
incontro non solo di contenuti, ma anche di
esperienze, di tavole rotonde, di uscite
comunitarie,... Se devo trovare qualche
piccola fatica, mi viene in mente: la
difficoltà iniziale a capire dove si stava
andando; l’accentuazione di alcune tematiche
come la interculturalità che, a mio avviso
sono parte di un tutto che non si deve
perdere di vista, per non scadere su un
piano puramente umano; domande troppo
generiche per la condivisione di gruppo;
poco tempo per la condivisione in aula e nei
gruppi linguistici. Penso dunque che si
potrebbero migliorare questi aspetti.
3. Il tema del Congresso era significativo?
Quali altri temi richiedono ulteriori
riflessioni e discussione sulla missione?
Ottimo il tema e di evidente attualità per
la nostra famiglia francescana ed oltre…
Penso che un ulteriore approfondimento
andrebbe fatto nel campo della povertà ed
umiltà, come hanno fatto i frati cappuccini
(nella formazione si sente molto il “vuoto”
dell’ordine intorno a questi tempi che sono
troppo lasciati all’iniziativa dei singoli
senza uno studio serio e degli indirizzi
dell’Ordine). Non mi dispiacerebbe anche la
proposta di approfondire i voti come è già
stato suggerito.
Permettetemi fuori testo un grande grazie a
voi che tanto avete lavorato nascostamente e
sempre in comunione esaltando la bellezza
del nostro carisma francescano. L’amore ha
in se stessa la ricompensa! Grazie!
Fra Alfredo M. Avallone
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