Centro Nazionale Unitario di Pastorale Giovanile e Vocazionale dei Frati Minori Conventuali
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MISSIONI


CRONACA DELLA PARTECIPAZIONE
AL PRIMO CONGRESSO MISSIONARIO INTERNAZIONALE
COCHIN (INDIA) - 11-21 gennaio 2006

 
Mercoledì 11 Gennaio. L’arrivo in India a Cochin, aeroporto privato ed in costruzione, è stato quanto mai “caloroso”: è bastato scendere i primi gradini dell’aereo della Kuwait Airways per capire che stavo nell’altro mondo.
Il primo abbraccio caloroso è stato del caldo tropicale… Siamo infatti nel sud dell’India, alla punta estrema, non lontani dall’equatore. Meno male che era notte (ore 4.15)! Pur partendo “leggero” da Roma e pur avendo provveduto in aeroporto a liberarmi di giubbotto e maglione, era chiaro che stavo in piena estate italiana, quando non si muove un filo di vento e pensi di poter trovare sollievo andando a mare o in montagna.
Il secondo abbraccio è quello della gente indiana, veramente ospitale, attenta e rispettosa,… Su questa avremo modo di tornare più volte…
Il terzo abbraccio è stato dei nostri frati indiani. All’uscita ci attendevano il Custode con gli altri confratelli con pulmini e macchine, pronti al nostro trasferimento, chi nell’Hotel Cochin Durbar e chi nel Convento di Karukutty, l’Assisi Shanthi Kendra. Pur non avendo dormito in aereo (difficile perché non era orario di sonno per l’Italia), il corpo era ben sveglio e proprio non voleva ritirarsi nella stanza per riposare… ero stato colpito già da due aspetti interessanti di questo mondo. Il modo di guidare e l’alba.
Già all’aeroporto mi aveva colpito la presenza di numerose macchine e pulmini, per lo più in stile inglese colonico… In una macchina ho contato fino a sette passeggeri, ma i fratelli indiani mi hanno assicurato che la normalità è otto, quattro avanti e quattro indietro. Le macchine sono come le nostre, con l’unica differenza che la guida è all’inglese!!! Ho avuto modo di capire meglio la situazione il giorno dopo, giorno dedicato all’acclimatarsi… Ho avuto infatti modo di recarmi con fra Raymond, già chierico al Franciscanum, alla casa di chiericato dove attualmente è rettore di 36 chierici e guardiano della comunità formativa, una comunità che dista appena una mezz’ora dalla casa in cui siamo. Incredibile! L’indiano lo vedi tranquillo e silenzioso, rispettosissimo degli altri, specie degli ospiti, ma in macchina è tutt’altro. No, non si tratta solo di correre, ne di suonare in continuità… Immagina la guida dei romani e dei napoletani, leva le poche regole che comunque osservano e forse ci arrivi vicino! Allora, proviamo a spiegarci. Le strade sono asfaltate fino ai limiti della strada dove inizia il terreno rosso dove le case in muratura ed in legno si alternano a spazi di coltivazione e di piantagioni di cocco, banane, gomma,… Ai bordi delle strade molte indiani lavorano o camminano, chi per raggiungere il centro, chi per il pellegrinaggio ai tempi induisti, con vesti di vario genere che li distingue nell’appartenenza a questo o a quel gruppo… Le scene si moltiplicano lungo il percorso: si riconoscono musulmani, buddisti, induisti, cristiani,… Incontriamo un elefante che trasportava tronchi… Mi incuriosisce poi un uomo, secchissimo, che camminava verso non so quale meta, portando in una mano un contenitore di plastica con dell’acqua e con l’altra mano si lavava i denti con lo spazzolino!!! I bambini sono bellissimi, sempre uniti ai loro genitori, con degli occhi incredibili… Le donne sono vestite sempre a festa con il tipico abito locale il Saari: li vedi scopare i bordi delle strade (che abbiamo detto essere in terra!!!) in atteggiamento e vestiti signorili; l’uomo invece per lo più porta un telo bianco al posto del pantalone, che poi usa tirare su in un gesto che diventa caratteristico ed abituale, per meglio camminare e lavorare, pronto però ad abbassarlo quando passa l’ospite! Tutti ci salutano, buddisti, induisti, musulmani, cristiani,… non fa grossa differenza se sei un ospite! Il calore di questa gente è veramente affascinante…
Dicevamo delle strade… Prova a pensare tutto questo nella confusione di Napoli ed arriverai a qualcosa di vicino! Le strade dunque attraversano realtà variegate come quelle sopra descritte, dove già tanta gente si muove in entrambi i versi per motivi e mete varie. Ora sulla strada ci sono le biciclette. Mi raccontano che in questa parte dell’India non c’è poi tanta povertà… Però non mancano i “nomadi”, coloro che non hanno fissa dimora e che si spostano di continuo anche con la bicicletta… Sulla strada poi troviamo i piccoli taxi, vicini alla nostra Ape, ma con dei posti coperti: questi sono molto utilizzati e passano da una parte all’altra della strada senza alcun problema, conducendo l’utente proprio dove vuole scendere. Si sorpassano sempre premendo di continuo il clackson ed appaiono come mosche sulla strada… Poi ci sono le macchine, per lo più abbiamo detto del modello inglese, quelle macchine bianche con forme rotondeggianti tipiche dell’epoca colonialistica. Queste sono dei privati ed ovviamente più veloci dei mezzi precedenti… Come abbiamo già detto possono contenere fino a 8 persone, il tutto condiviso dalla polizia stradale! Di notte tutti hanno gli abbaglianti accesi e si segnala la necessità di avere spazio libero davanti premendo sugli anabbaglianti… Le frecce ci sono sulla macchina, ma non sono mai utilizzate… Oltre alle macchine ci sono numerosi pulmini e bus di vario genere, chiuse per i turisti, aperte per la gente locale… Infine numerosi camion stile americano che fanno veramente da padroni sulle strade… Se riesci a tenere presente tutto questo e riesci a mettere in moto tutta questa realtà allora prova a metterci anche questo: nessuno utilizza i freni se non quando non si può fare proprio a meno! Tutti bussano il clackson e chiedono dunque di passare per la velocità a destra degli altri… Quando poi ti trovi a sorpassare bicicletta, il mini taxi e la macchina stando su un pulmino, ti trovi già al bordo della strada opposta con tanto di macchine, camion, biciclette, taxi… che provengono dal lato opposto… Si crea un concerto di clackson tale che più volte mi son dovuto tenere alla sedia del nostro pulmino e sperare di farcela! A noi le cose sono andate sempre bene fino ad ora… Ma non è sempre così… Abbiamo incontrato un camion ribaltato (come abbia fatto proprio non lo so, visto che è il più grosso dei mezzi!)!
Ma ora, prima di concludere questo primo appuntamento, vi voglio raccontare dell’alba! Appena arrivato, dicevo, non avevo voglia di dormire ed ecco la prima grande emozione di questa terra… Devo dire che mi ha preso così tanto che anche il giorno dopo mi sono alzato prestissimo, alle 4.30 per rivivere questo spettacolo… Succede che dal silenzio più profondo e dal buio più scuro tutto ritorna a vivere con una sinfonia di suoni e di luce meravigliosi… Il canto degli uccelli, i movimenti degli animali, i colori delle mille piante sempre pieni di fiori… E’ una sensazione bellissima, come quando vai ad un concerto e sai che si sta per suonare una grande opera e gli strumentisti si preparano, regolando i loro strumenti con cura… Il sole ci mette ben poco qui a venir fuori e la preparazione dura dunque poco... Non riconosco nessuno degli uccelli dal loro suono… gli unici sono le oche ed i galli, che entrano in azione però sono alla fine. E’ proprio così questo popolo: persone diversissime, capaci di esprimersi per quello che sono, capaci di vivere insieme e soprattutto pieni di vita, desiderosi di una vita nuova!

Giovedì 12 gennaio. La giornata di oggi è dedicata all’apertura del Congresso dal titolo “Fraternità – Vangelo – Inter-culturalità: Formare frati francescani conventuali per la Missione e l’inter-culturalità all’inizio del Terzo Millennio”. Sì, è proprio così. Un giorno interno per aprire il Congresso… Cosa dirvi di questa giornata: è mancato solo l’elefante che si era rotta una zanna!!! Mi spiego. Il rito è stato veramente lungo, come in uso da queste parte. Superate le ore più calde della giornata, ci siamo portati nella casa provincializia dove, raccolti tutti i 69 partecipanti più i frati indiani, siamo stati introdotti al rito con una attenta spiegazione dei riti ai quali stavamo per prendere parte: ogni cosa aveva un senso specifico che si rifaceva ad antichi riti degli indigeni. Non sapendo proprio cosa ci aspettava, siamo stati invitati a metterci in fila per tre. Ed ecco aver inizio il grande rito per la venuta degli ospiti! Dall’interno della casa abbiamo iniziato a sentire strani suoni, cioè suoni che non appartenevano alla nostra cultura e che mi richiamavano alle danze dei profeti estatici spesso studiati nell’Antico Testamento… Arrivato il mio turno, mi trovo di fronte 6 ragazze, vestite in modo elegantissimo e disposte in due file da tre. Portavano danzando cose diverse: fiori, incenso e luce! Queste cose sono i simboli della terra che nei riti indù vengono offerte alla divinità: l’ospite è ritenuto una persona grande da onorare con l’offerta dei beni della terra. Il Custode dell’India, p. Matthew Puraydom, ci impone una collana di spendidi e profumati fiori, tutto al ritmo di una musica che mi ricorda i film di Salgari in Malesia. Il rito qui si conclude con l’imposizione sulla fronte di terra colorata: per gli induisti è segno che si è pregato la mattina, per gli ospiti è segno che si è accolti! Terminato il lungo rito (ripeturo per 23 volte!) ci siamo messi in processione, sempre per tre, preceduti dalla banda musicale (16 percussionisti, 8 che suonavano particolari piatti e 2 che suonavano delle particolari trombe), seguivano le danzatrici, quindi la grande fila dei frati con in prima fila il generale, l’ex generale e il vicario generale, quindi tutti gli altri convenuti… Qui mancava l’elefante, che in questi riti precede la banda musicale!!! Siamo arrivati al grande piazzale e qui abbiamo assistito al “concerto” della banda: non hanno staccato un minuto le mani dai loro strumenti per più di 90 minuti e gli indiani mi hanno detto che sono capaci di andare avanti molto di più con l’aiuto di qualche bicchiere (!!!). La musica era tale che ti prendeva facilmente spingendoti a fare qualche passo che goffamente tentava di copiare il movimento delle danzatrici… Terminata questa parte esterna ci siamo portati nell’auditorium dove ci sono stati i saluti di accoglienza del Custode e l’apertura del Congresso da parte del generale. Anche qui non sono mancati riti… L’accensione di una lampada ad olio locale, splendidamente ornata di fiori profumati ed intrecciati in un lungo filo che poteva così avvolgere ed abbellire la lampada… Insomma: alla conclusione era ora di cena! Non pensate che sia stato tutto così tranquillo in questo giorno: non è mancato il lavoro. Come spesso succede in questi grossi appuntamenti internazionali, non tutto è pronto per quanto riguarda le traduzioni nelle 4 lingue, dunque, da “buon italiano” non mi sono tirato indietro nel dare una mano e la notte è l’orario migliore per lavorare in questa caldissima ed umidissima terra!

Venerdì 13 gennaio. Oggi iniziamo alla grande con ben tre grosse conferenze tese ad inquadrare il tema della missione per tentare di leggere i modelli usati nel passato nel fare missione e quindi dirigere l’ordine verso un modello più adeguato al carisma riscoperto ed ai tempi di oggi.
- I RELAZIONE. La prima relazione è di un noto gesuita indiano, autore di molti libri, vicino al pensiero di Pannicar, più conosciuto in occidente, Michael Amaladoos, dal titolo Panoramica sulla Teologia della Missione dei documenti del Magistero dal Concilio Vaticano II ad oggi. Dopo aver giustificato la scelta di limitarsi al pensiero del magistero del papale e quello asiatico, fa notare come è mutata la concezione della missione dal prima del concilio Vaticano II ad oggi, con una concezione più ampia della sola “implantatio ecclesiae” per salvare le anime, aperta così al dialogo con il mondo, con le culture e le sue religioni. Questo è stato particolarmente accolto e sviluppato in Asia dove l’evangelizzazione è stata vista nel dialogo con la cultura, con le religioni e con i poveri. Tutto questo a portato ad una nuova visione delle altre religioni accogliendo con gioia la giornata del Papa per la preghiera di tutte le religioni in Assisi. Amalados affronta necessariamente a questo punto i principi teologici della “missione del Redentore” e del rapporto tra Regno e Chiesa concludendo che la salvezza è disponibile per ogni essere umano, riferito alla Chiesa in modo misterioso anche se non formale e che il Regno di Dio è ben oltre la Chiesa: dunque perché fare missione? La Chiesa riconosce per la prima volta la presenza e l’azione dello Spirito di Dio non solo negli individui, ma anche nelle culture e nelle religioni. A partire da tutto questo, legge in modo critico la Dominus Iesus: “non rispettosa dello Spirito, cerca di contenerla all’interno dei limiti di una stretta visione teologica”. E fa notare la differenza di impostazione tra questo testo e gli interventi dei Vescovi Asiatici. Per lui: “la meta della missione, di Dio e nostra, è costruire il Regno e la Chiesa come suo sacramento e servizio. Nel suo compito la Chiesa trova altri alleati nelle religioni ed altri collaboratori. I veri nemici sono Satana e Mammona… Sono convinto che il Cristo e lo Spirito sono presenti ed attivi in ogni angolo della terra, ma in modo a noi ignoto… Il dialogo è allora il modo di fare missione”. E’ evidente che a questo intervento sono seguite numerose domande su diversi livelli… Perché non provate anche voi?
- II RELAZIONE. La seconda relazione è di fra Roberto Tomicha’, nostro frate della Bolivia, giovane laureato in Teologia della Missione: nel suo paese lavora come responsabile della licenza in Missionologia nell’Università cattolica. Il tema a lui affidato è veramente interessante già dal titolo Spiritualità Missionaria e Dialogo Interculturale. Lo sviluppo del tema è molto semplice. Dopo aver evidenziato le profondi trasformazioni socio-culturali dei nostri giorni con in particolare il dato del dialogo interculturale, cerca di analizzare il tema partendo da una costatazione di fondo: l’interculturalità è un dato delle scienze umane e pedagogiche che interpella la teologia col “recupero delle profonde dimensioni spirituali ed evangeliche che hanno caratterizzato l’attività di Gesù, degli apostoli e di molti santi…”. Con semplicità fra Roberto analizza i termini della questione. L’interculturalità è un “progetto che riflette lo scambio, la relazione , il dialogo tra attori”; i protagonisti sono “le persone stesse che si relazionano tra loro (microinterculturalità) o tra nazioni (macrointerculturalità), scambiandosi non solo pratiche, costumi, credenze, riti,… ma anche progetti culturali di vita”; comporta un impegno etico; aspira a “superare il paradigma razionale monoculturale armonizzando il logos occidentale col mito orientale”. La missione non riguarda solo territori dove Gesù non è conosciuto, ma anche quei contesto sociologici culturali come il mondo della comunicazione, la pace, lo sviluppo dei popoli, i diritti umani, politica, economia,… Per spiritualità missionaria intendiamo quello stile di vita o forma di vivere secondo le esigenze cristiane, ovvero la vita di Cristo, con le sue dimensioni teologico-trinitaria ed ecclesiale, antropologica e socio-storica, conteplativa e liturgica. Definiti i termini della questione fra Roberto affronta i fondamenti teologici della spiritualità missionaria. Presenta quattro visioni teologiche di base esistite: lettura dottrinale-teologica (verità che salvano l’uomo); lettura moralistica (la prova morale salva l’uomo); lettura ontologico-metafisica (la salvezza e solo tramite la Chiesa); lettura storico-escatologica (l’uomo porta avanti il sogno di Dio di realizzare il Suo Regno). A secondo della visione presente abbiamo una corrispondente spiritualità missionaria. Oggi è la lettura storico-escatologica più in sintonia con i tempi. Centrale è il dato del Regno di Dio direttamente in relazione con Gesù ed in tensione con il Regno escatologico. Segue la vicinanza e l’incontro con la persona umana, l’opzione preferenziale per i poveri e gli emarginati ed, infine, il dialogo ecumenico, interculturale ed interreligioso. Infine vengono affrontate le sfide per la spiritualità missionaria: il vissuto di una autentica esperienza di Dio che possa essere condiviso come incontro tra le diverse esperienze religiose. Dunque la testimonianza che deve presentare alcune caratteristiche: la centralità dello Spirito col dono della fortezza e del discernimento; uno sguardo contemplativo della realtà che permette di riconoscere Dio presente in ogni cosa di questo mondo; la relazione con Cristo frutto dell’incontro personale; gli atteggiamenti interiori di fedeltà, autenticità e di riconciliazione; lo stile francescano della piccolezza, della povertà e del martirio. In conclusione la spiritualità missionaria oggi necessita di un ritorno all’essenziale del Vangelo ed alla vita di Gesù, un cammino di santità.
- III RELAZIONE. La terza relazione della giornata è di fra Hellmann Wayne, professore universitario della provincia americana, ben noto a fra Leandro Benvegnu’, dal titolo Missione, cultura, secolarizzazione. Divide l’intervento in due parti. Nella prima presenta tre situazioni storiche: nel tardo medio evo l’azione missionaria di fra Odorico da Pordenone; nell’epoca della Riforma di fra Giacobbe il Danese; nel XIX secolo un vescovo missionario in New Messico… Nella seconda parte affronta il problema della secolarizzazione come “tensione che esiste tra la razionalità moderna e la religione, che crea problemi continui per l’auto-comprensione della religione e della fede nel mondo moderno”, superando la visione del termine come eliminazione della religione. Arriva infine a vedere il grande paradosso della secolarizzazione: “La razionalità funzionale che ha promosso la secolarizzazione e ha spinto il mondo verso la globalizzazione potrebbe essere il piano divino per renderci più consci del bene comune universale e per permetterci di sperimentare l’unità della famiglia umana, un’unità nella diversità del modo in cui il mistero ineffabile abbraccia l’essere”. Riprendendo nella conclusione i tre episodi missionari afferma che dunque “come missionari siamo chiamati oggi a predicare il Vangelo utilizzando i frutti della secolarizzazione per ridurre al minimo i suoi danni… per non favorire una secolarizzazione che rifiuta, s’impone, e che porti il mondo ad una unità superficiale, basata solo sulla razionalità funzionale che ha l’unico scopo di estinguere lo Spirito”.
- La giornata è stata ricca di spunti dove sono emerse le diversità della nostra presenza nel mondo: c’è una bella vitalità nell’Asia di un cristianesimo aperto al dialogo ed inserito in un contesto multiculturale; c’è il desiderio della condivisione e della inculturazione dell’America Latina; c’è il problema della significatività religiosa nei contesti secolarizzati.

Sabato 14 gennaio. Anche la giornata di oggi è tutta dedicata al Congresso con un’altra serie di tre relazioni… Ma sospendo la vostra sete (spero almeno!) di notizie culturali per rinfrescarvi con un’altra uscita… Non vi ho raccontato infatti la visita alle cascate… Non sono quelle africane, ne quelle americane, ma sono altrettanto belle per chi non ha potuto vedere né le prime né le seconde! Il viaggio è stato lungo (2 ore) ma non noioso… Ci ha permesso di vedere meglio come si vive fuori Cochin… In genere tutte le grosse case si riversano sulle strade principali verso cui arrivano diversi sentieri in terra battuta che portano alle zone più povere… La gente comunque tende a riversarsi tutta sulla strada principale… Abbiamo incontrato ancora il pellegrinaggi degli induisti… come non pensare al perdono per i tanti sacrifici che fa questa gente. Lascia casa, moglie e figli, per percorsi lunghissimi astenendosi rigorosamente dall’alcool, alcuni cibi, e dal sesso… Camminano a piedi e dormono all’aperto… Si distinguono dagli altri generalmente vestiti di nero e con in testa un fagotto pieno di cibi ed altro che devono portare al tempio induista per l’offerta di purificazione. Solo allora, tornado a casa ne possono mangiare con i loro familiari. Inoltrandoci per la montagna, la vegetazione si fa veramente affascinante per varietà di piante ed animali… Arrivati alle cascate, ci imbattiamo in un venditore di cocco… Non quello da mangiare, ma quello da bere… e vi dico che ci voleva proprio per un caldo che già verso le 10.00 è micidiale (non a caso sono così neri da queste parti!)… Mentre ci portiamo al belvedere siamo tutti presi da una infinità di scimmie di piccola misura che corrono qua e la, pronti a farsi fotografare, ma anche a fregarti le cose… Sì, sono cleptomani!!! Tutto questo rende l’ambiente delle cascate veramente affascinante: peccato che non ci si possa avvicinare troppo. Qui il pericolo è semplicemente segnalato con una linea bianca per terra (quella risparmiata alle strade!), ma c’è il modo di scorgere sulla bassa della cascata un gruppo di giovani indiani che si divertono sugli scogli nel godere della nube di acqua provocata dall’impatto dei numerosi rivoli nel bacino… Che invidia!!! Nel tornare notiamo tutti di essere all’intero di una festa o la preparazione a qualcosa di simile… Le strade sono colorate di… “rosso”! E’ la festa del partito comunista, costituito per lo più da induisti della classe elevata (brahamiti) che, a detta dei locali, sicuramente sarà alle prossime elezioni al potere… Ma torniamo alle relazioni di questo giorno tutte orientate a verificare i modelli del fare missione utilizzati dai nostri missionari francescani dal 1900 ad oggi.
- I RELAZIONE. La prima relazione di questa giornata è stata affidata a fra Agostino Gardin, dato il grande successo che ha avuto la sua relazione al Convegno di Polonia… Solo che qui gli è stato chiesto di analizzare il Carisma Francescano Conventuale e la Missione. Parte dai dati ben conosciuti riguardante alla missione presente in Francesco come il mandato missionario di Mt 10, l’invio dei primi compagni, il dilemma di Francesco tra eremo e missione, il triplice tentativo di Francesco stesso di andare tra i saraceni… Riprende poi il carisma nei quattro aspetti essenziali trattati al Capitolo di Polonia per soffermarsi sull’importanza di una “missione con la vita”, passando infine ad analizzare i termini facendo vedere che l’intenzione del nostro fondatore era di “stare tra la gente” e non “per la gente”: il lavoro manuale, il chiedere l’elemosina, il ricevere denaro solo in favore dei lebbrosi, le indicazioni di come comportarsi quando si va per il mondo, la libertà dai luoghi… dicono il modo di essere frati minori tra la gente. Per quanto riguarda la missione tra gli infedeli, riflette sulle indicazioni di Francesco di “continuare lo stesso stile di vita e di presenza tra la gente avuto tra i cristiani, in particolare tra i più poveri, quello cioè di essere soggetto ad ogni creatura, l’abbandono dunque di uno stile apostolico aggressivo o apologetico per uno stile di vita di disponibilità totale fino al martirio: “lo spirito della missione tra gli infedeli e quello della predicazione tra i cristiani è lo stesso; in ambedue i casi il vero servizio pastorale è l'an’uncio in opere e parole del loro essere frati minori, fratelli sudditi e umili tra la gente”. Di questo troviamo conferma nel Testamento, come volontà specifica di Francesco per i suoi. Infine fra Gardin cerca di trovare delle applicazioni per noi oggi: la nostra missione a servizio della Chiesa locale; è fatta con la vita; la vita del frate minore è segnata da una profonda esperienza di fede, dall’essere fratelli, dall’essere tra la gente con lo stile dei minori, cioè assimilati ai più poveri, lontani da ogni ricerca di potere; questo modo di impostare la propria vita viene prima dell’annuncio vero e proprio ed ancor prima del ministero sacramentale. Il nostro ex ministro generale conclude: “Certo, ci è ormai realisticamente difficile pensare di essere tra la gente nelle forme volute dalla primitiva intuizione di Francesco (salvo lodevoli casi eccezionali): siamo solo in grado di essere, spesso anche molto generosamente, per la gente. Ma non si potrebbe almeno tentare di essere per la gente con alcune di quelle caratteristiche – riassunte nel termine di minorità – che il Padre Serafico voleva nei suoi frati, mandati nel mondo a testimoniare il vangelo tra la gente?”. E’ una domanda veramente interessante è può diventare motivo di approfondimento per tutti!
- II RELAZIONE. La seconda relazione è affidata a fra Luciano Bertazzo, il grande storico di Padova, al quale è stato richiesta degli Spunti per una lettura della missione/apostolato conventuale nell’area euro-latinoamericana dal 1900 ad oggi: luci ed ombre. Col rigore scientifico e metodologico che contraddistingue un vero studioso, fra Luciano contestualizza lo sviluppo missionario nello scenario della Chiesa e dell’Ordine del 900: l’Ordine era una realtà minuscola e con fatica tentava di riemergere dalla bufera ottocentesca. Presente particolarmente in Europa l’Ordine iniziò ad aprire in America seguendo gli emigrati. Superato il divieto imposto dal patronato spagnolo e portoghese… sotto la spinta alla missione del Papa Benedetto XV (1914-1922) soprattutto con l’enciclica Maximum illud e successivamente dal Papa Pio XI (1922-1939) con la Rerum Ecclesiae e l’attività di Propaganda Fide, è col generalato di fra Alfonso Orlini che si apre la grande stagione missionaria del nostro Ordine. Si possono distinguere tre fasi: gli anni ‘20-’30 con l’orizzonte asiatico-africano (Cina, Zambia, Giappone, Indonesia), interrotta dalla seconda guerra mondiale; gli anni ‘40-’60 con la prima frontiera latino americana (Brasile, Costa Rica, Honduras, New Mexico, Argentina, Uruguay, Brasile); gli anni ‘70-‘2000 con la seconda fronteria latinoamericana ed il passaggio dal provincialismo alla progettualità dell’Ordine (Brasilia, Colombia, Bolivia, Messico, Venezuela, Perù, Paraguay, Cile, Ecuador, Cuba). Si è passati da una spinta autonoma ad una del centro dell’Ordine per smuovere la stagnazione di Province troppo provincialistiche, dal rispondere alle esigenze diverse e personali, ad un progetto che tengono conto di dati ecclesiali, religiosi-francescani, sociali; nella seconda fase si da particolarmente valore alla testimonianza della vita francescana, nelle scelte pastorali e nella scelta del servizio ai poveri, inculurandosi, ed all’ispirazione Kolbiana nella diffusione della devozione all’Immacolata. Dopo questa prima parte fra Luciano passa ad esaminare le presenza dell’Ordine nel Nord Europa, la Danimarca da Maribo al “progetto Scandinavia”; la Svezia, dalle comunità di emigranti al Progetto Scandinavia. Infine esamina come l’Ordine nel suo aspetto istituzionale ha gestito e vissuto la dimensione missionaria (Reuter, Crociata, Beda Hess e la promulgazione di nuovi Statuti tesi a definire e regolamentare l’attività missionaria, Bommarco, Serrini, Gardin, l’attuale Congresso). Da questo percorso si evince che la modalità missionaria del nostro Ordine in Europa e America Latina non è stata estranea alla mutazione teologica nel concetto di ecclesiologia e missionologia che è avvenuta nel corso del XX secolo: da un andare a convertire infedeli, eretici e scismatici perché entrassero nell’unica Chiesa, ad una presenza testimoniale: in chiave ecumenica nei paesi protestanti, di impegno solidale nell’America Latina; si è passati ad una inculturazione del modello francescano.
- III RELAZIONE. La terza relazione è stata affidata a fra Enrique Montero, per la sua esperienza come Assistente dell’Africa e dell’Asia, dal titolo: Spunti per una lettura delle missioni conventuali in Africa-Asia-Oceania dal 1900 ad oggi: luci ed ombre. Dal tono decisamente più esperienziale fra Enrique analizza tutte le presenze offrendo dei quadri puntuali… Poi passa a definire i criteri per l’analisi critica delle nostre missioni, un capitoletto veramente interessante per definire la preparazione e realizzazione di un progetto missionario, anche se offre l’impressione di essere troppo macchinosa. Eccoli di seguito: 1. Discernimento nello Spirito; 2. Elaborazione di un progetto missionario; 3. Preparazione dei missionari e dei responsabili; 4. Il cammino permanente dell’inculturazione; 5. Un progetto missionario riveduto e riformulato in loco; 6. Inserimento nel progetto pastorale e spirituale della Chiesa locale; 7. Comunione col progetto dell’Ordine e della Provincia; 8. Promozione vocazionale e formazione; 9. Graduale passaggio delle responsabilità e dell’autorità ai frati nativi; 10. Sviluppo strutturale della missione verso l’autonomia giuridica ed economica; 11. Superamento delle crisi, rinnovamento e ridimensionamento; 12. Apertura e proiezione missionaria. La terza parte tratta delle luci e delle ombre delle nostre missioni. Per questa parte non è possibile la sintesi, rischiando di dire cose non vere solo perché non generalizzabili ed allora… non vi rimane che restare con il desiderio di sapere! E’ ovvio che per fra Montero l’aspetto più carente è stata la poca progettualità ed il desiderio quello di continuare la nostra presenza nelle zone dove siamo poco presenti per un annuncio esplicito di Cristo e per un dialogo con le altre religioni, dando testimonianza della nostra fede.

Domenica 15 Gennaio. No! Oggi non abbiamo lavorato ed allora ci siamo riposati alzandoci alle 5.30!!! Sì, proprio così presto… Abbiamo infatti partecipato alla mesa domenicale nel rito siromalabarico, un rito tutto speciale… speciale anche nei vestiti liturgici, attentamenti preparati dai validi cheirici indiani, pronti anche a vestirci con precisione estrema… Sembrava quasi un Concilio o un Sinodo romano… La messa è stata veramente entusiasmante: il rito infatti prevede una larga partecipazione della gente attraverso il canto combinato tra celebrante, concelebranti ed assemblea, rigorosamente distinta tra maschi e femmine. I 90 minuti della celebrazioni sono volati via con vera pace del cuore e piena partecipazione nonostante l’incomprensione più totale della lingua! Importantissimo! Qui in chiesa si va a piedi scalzi, piacevole ricordo dell’infanzia, quando amavo camminare senza scarpe! La gente del posto si leva i sandali anche quando entra in casa. Alla solenne celebrazione è seguita una visita a Marthomalayam, cioè, come sicuramente avrete capito dalla composizione del nome (!) , al luogo dove è sbarcato l’apostolo Tommaso… Il mare è veramente caratteristico con isolotti pieni di palme… ma il colore dell’acqua proprio non invogliava a fare il bagno, nonostante il notevole caldo. La Chiesa che conserva la memoria di questo sbarco ed una parte dell’avambraccio, richiama la struttura di san Pietro in Vaticano, con tanto di colonnato circolare e statue… La tradizione vuole che l’apostolo Tommaso sia sbarcato in Malabar nel 52 trovando un gran numero di giudei ai quali portò la sua predicazione. Questa tradizione è verosimile, se pensiamo al grande traffico commerciale che era forte con questa terra già al tempo dei Romani… Tommaso fondò così ben sette chiese (Kodungallur, Palayur, Kottakkavu, Kokkamangalam, Niraman, Quilon e Nilakal) e si formarono i “cristiani di san Tommaso”. Una tradizione con i primi riferimenti da San Efrem (300-365), ricorda il martirio dell’apostolo in questa terra. Quando nel VII secolo ci fu l’invasione dei musulmani, fattasi difficile la situazione dei cristiani, i resti di san Tommaso furono portati prima a Chios e poi, il 17 Giugno 1258, ad Ortona, dove ancora è conservato. Solo con la costruzione e la consacrazione della ricordata chiesa, nel XIX secolo fu portata una reliquia dell’apostolo. Ritornati a casa abbiamo avuto appena il tempo di mangiare per ripartire alla volta di Padua Franciscan Ashram, la casa di pre-Noviziato, per poi portari al chiericato dove vive da guardiano e rettore il nostro carissimo fra Raymond con 36 chierici, per la cene accompagnata dalla presenza del Cardinale Vithayathil Varkey e dall’esebizione di danze locali fatte dai cherici e da terziari… E’ veramente particolare la sistemazione di questo chiericato, tra induisti e musulmani che si fanno sentire con i loro riti: tutto qui dice la necessità per questi confratelli di vivere in dialogo con le altre religioni e di esperienze singolari fra Raymond ne racconta tante. Qui il dialogo interreligioso non è occasionale o concettuale ma veramente pratico e parte dall’aiuto nella vita secondo le necessità, insieme al desiderio di conoscersi senza temersi.

Lunedì 16 Gennaio. I nostri lavori riprendono con lo stesso stile organizzativo dei primi giorni: Il tema che si vuole affrontare ora è l’approccio francescano alla missione.
- I RELAZIONE. La prima relazione, di fatto si presenta come una introduzione al tema, ed è di fra Daniel Pietrzak su Una proposta di approccio francescano alla missione: Lettura teologica-storica del fare missione nella prassi dell’Ordine. Una fraternità che evangelizza. Fra Daniel prova una lettura storica così che passa in rassegna l’annuncio evangelico presente all’inizio del movimento francescano con Francesco ed i primi compagni, per passare a primi tentativi di specificare la missiologia francescana nelle Regole elencandone gli “elementi indispensabili”; successivamente analizza brevemente gli sviluppi posteriori fino ai nostri giorni, per arrivare alla fine ad indicare gli approcci adoperati dai frati nel XX secolo (stabilire la Chiesa in una terra dove prima non esisteva; Accompagnare gli immigranti; l’esperienza di san Massimiliano Kolbe; la “plantatio ordinis”; la ricerca di un contributo specifico). La conclusione è data da una domanda: “Dove vogliamo andare adesso”?
- II RELAZIONE. La seconda relazione è molto più ampia e complessa ed è di fra Vincenzo Marcoli, già missionario in Ghana ed attualmente a servizio del Segretariato per la Missione dell’Ordine. Il titolo della sua relazione è il centro del suo lavoro: Testimonianza di vita fraterna e dialogo profetico: una proposta per un approccio francescano alla Missione. Si introduce facendo vedere i grandi cambiamenti epocali: la prima proclamazione della Buona Novella ha raggiunto la maggioranza delle culture, ma la Chiesa ne è la minoranza; è mutato il concetto di ecclesiologia e di missiologia con la teologia della comunione; quello dei francescani è un “modo” che si inserisce nel più ampio contesto della Chiesa. Dopo l’introduzione fra Vincenzo passa a considerare la “missiologia” di san Francesco, sottolineandone i tratti della compassione, comunione, contemplazione, fraternità, minorità, annuncio in atteggiamento umile, la testimonianza con la vita, la comunione con la Chiesa, la letizia e la speranza. Il secondo punto prova di delineare alcune questioni aperte dell’essere francescanamente in Missione offrendo dei quadri di attualizzazione possibile veramente interessanti per una discussione in comuità… Riguardano i modi di proclamare e testimoniare, i luoghi della missione, l’evangelizzazione con la sola presenza, l’interrogativo se si tratta principalmente di un impegno sociale, i problemi delle strutture i modelli francescani di missione (essere francescani per evangelizzare; essere francescani: essere fratelli di tutti; essere francescani: essere poveri con i poveri), la missione come “plantatio ordinis”. E’ nel terzo punto che finalmente fra Vincenzo affronta la domanda cercando delle risposte per un approccio francescano alla missione nella “Testimonianza di fraternità e di dialogo profetico. Per lui, alla luce dei segni dei tempi, l’approccio francescano alla missione, in qualsiasi cultura e situazione della vita è “oggi costituito dalla testimonianza di una genuina vita di fraternità, di minorità e di servizio a livello di Chiesa locale e di Ordine attenti alla proclamazione attraverso il dialogo della vita… La nostra missione ad extra è semplicemente il traboccare della nostra missione ad intra”. Passa così a chiarire parola per parola questa espressione, indicando gli elementi essenziali: la testimonianza e annuncio; liturgia, preghiera e contemplazione; giustizia, pace e salvaguardia del creato, inculturazione, riconciliazione. La conclusione merita essere citata, presa da Don Milani: “Non si può amare tutti gli uomini… Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non si aspetta di più… Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro a poche decine di creature, troverai Dio come premio”. Sto perdendo la testa per la mia fraternità del Franciscanum?
- III RELAZIONE. Anticipata per motivi di disponibilità del relatore, la terza relazione è dettata da fra Helmut Rakowski, un frate cappuccino, segretario generale per l’Animazione missionaria e Promozione della Solidarietà. E’ stato invitato per approfondire la conoscenza sul modo con cui i fratelli cappuccini stanno affrontando a livello generale l’economia per le Missioni: Solidarietà economica – Missione nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Con l’ausilio del video proiettore, fra Helmut ci ha illustrato la base di partenza e le strutture che da esse sono nate. Nel V Seminario sul tema della Povertà, si è visto il suo rapporto con l’economia a partire dallo speciale rapporto di Francesco con esso cercando di capirne il valore di fondo: Francesco vedeva l’uso dei soldi come motivo di conflitti e dominazione, facendo perdere la pace e l’intimità con Dio. Noi viviamo in un mondo diviso e siamo invitati a costruire ponti. Qui vengono esposti i temi della solidarietà, della globalizzazione multiforme, della possibilità di una evangelizzazione solidale e di una solidarietà evangelizzatrice, il plusvalore della Solidarietà economica internazionale. Si fa emergere come la solidarietà sfida tutti anche i frati che vivono in ambienti di povertà che possono aiutare a loro modo, e come la solidarietà può diventare non tanto sorgente di denaro, ma di fraternità. Ecco la proposta alternativa in linea con le indicazioni di Francesco di lavorare con le nostre mani, una economia fraterna perché fondata sulla trasparenza, partecipazione, equità, solidarietà ed austerità; ecco una economia centralizzata, con la scelta di far convergere l’economia dei conventi alla gestione unica dell’economo provinciale al quale ogni anno presentare un preventivo per la vita del singolo convento; ecco infine la nascita della Solidarietà Economica, un istituto generale che permette di raccogliere denaro e progetti da tutte le province, esaminare le richieste e presentare l’orientamento al definitorio generale. La proposta di fra Helmut, non appare lontano da quanto già fa il nostro ordine; ha impressionato però il rigore logico e la capacità di attuazione attraverso un sistema che se da una parte appare un po’ macchinoso, dall’altra è veramente trasparente e fraterno.
- IV RELAZIONE. La quarta relazione del giorno, ritorna al tema della giornata ed è di Mons. Ivan Dias, Cardinale della Chiesa di Bombay, dal titolo Missione e pluralismo religioso in un mondo globalizzato. Il presule ci conosce molto bene per le precedenti esperienze come nunzio apostolico, in particolare in Corea ed il suo intervento è stato veramente intenso per contenuti, modalità e rigore logico. Inizialmente offre una panoramica della situazione dell’India con dei brevissimi quadri sulle diverse religioni presenti: Induismo, Buddismo, Gianismo, Zoroastrismo, Islamismo, Sikhismo. Queste sono delle sfide per i cristiani che portano alcuni teologi a “rinunciare alla necessità di proclamare l’unicità di Gesù Cristo e l’universalità della sua salvezza, relegandoli solo ai credenti cristiani perché i non cristiani possono essere salvati attraverso le proprie scritture… Tale approccio è senaz dubbio deplorevole… La missione non è un lusso, ma un comando… Nel suo senso pieno non è solo un diffondere i valori del vangelo, ma anche predicare la persona e la missione salvifica di Gesù”. Da questa premessa passa ad approfondire la necessità della missione: “Gesù non venne per eliminare i semi di verità che lo Spirito Santo aveva seminato in culture e tradizioni religiose fin dalla creazione del mondo. Egli non venne per abolire, ma per portare a compimento, a perfezione, a realizzazione”. Quindi apre il grande capitolo del Dialogo Inter-religioso, ritenendolo “uno dei modi in cui i cristiani esercitano la loro missione”, e presenta le diverse espressioni: il dialogo di idee e di esperienze, dove inserisce il grande sforzo dell’inculturazione; il dialogo di vita e di azione, arricchendolo con esperienze di vita vissuta veramente belle, alla Madre Teresa (!). Conclude questa parte con uno sguardo sul Magistero, ribadendo la sua posizione: “I cristiani dovrebbero cercare di scoprire il rapporto tra l’opera dello Spirito Santo nella fede e cultura cristiana e la Sua azione perseverante in tutte le altre culture, religiose o non. Essa forma una parte della missione di annuncio affidata alla Chiesa da Cristo stesso”. La conclusione ci riporta una frase delle scritture indù, “conducimi dalla falsità alla verità, dal buio alla luce, dalla morte all’immortalità”, e l’icona dei Re Magi dell’incontro dei giovani a Colonia: “pur riconoscendo ed apprezzando il patrimonio culturale e religioso e l’impegno della ricerca della verità nell’uso delle loro scritture, i seguaci di altre religioni, con tutte le loro ricche tradizioni culturali e religiose, rimarranno irrequieti fino a che non troveranno ed adoreranno Gesù, che solo è la via, la verità e la vita”.

Martedì 17 Gennaio. I lavori continuano “alla grande” anche oggi con una tematica che sta diventando sempre più di attualità come superamento della semplice coesistenza di culture diverse (multiculturalità) perché non sia una semplice convivenza: Unità dell’Ordine e pluriformità delle identità culturali. Il tono delle relazioni ha un taglio diverse dalle precedenti: quella di oggi è una tavola rotonda.
- I INTERVENTO. Il primo intervento è di fra Daniel Pietrzak (tutti notano come solo lui è riuscito a fare ben due relazioni nel convegno?!?) sul tema: Interculturalità ed internazionalità: utopia o tensione costruttiva per una missiologia francescana? L’intervento è risultato piacevole e semplice, cercando di chiarire i termini di “cultura” e di “interculturalità” per poi tentare di rispondere alla domanda: Cosa bisogna fare per realizzare una autentica interculturalità anche a livello internazionale dell’Ordine? Qui accenna al dialogo fatto con chiarezza, mitezza, fiducia, prudenza pedagogica, senza auto-interesse. La “conoscenza approfondita di un’altra lingua e l’esperienza di immersione ad un certo livello in un’altra cultura faciliterebbero molto il processo dialogico, come pure l’educazione all’arte del dialogo” . Inoltre afferma: “E’ auspicabile perciò che i programmi formativi in tutto l’Ordine educhino i frati nll’arte di trattare efficacemente con la conflittualità… persone che possono servire come punti di collegamento, quasi come ponti tra i membri di diverse culture nella comunità: persone che sono adeguatamente familiari con più di una lingua e che hanno passato un tempo a livello di Conferenza e dell’Ordine. Nel mondo di oggi l’Ordine è chiamato a incoraggiare la preparazione di un numero sufficiente di frati con queste qualità e disponibilità”.
- II INTERVENTO. Il secondo intervento è stato affidato al preside della facoltà di san Bonaventura a Roma, fra Zdzislaw Kijas su Formare all’Interculturalità ed Internazionalità. Osserva fra Zdzislaw che già viviamo nell’internazionalità e nell’interculturalità, per cui non sono realtà di cui si può farne a meno. Il problema è nel modo con cui le facciamo diventare aspetti costruttive per la nostra vita di fede/carisma. Il problema è dunque in questo modo prettamente “formativo”. Quali dovrebbero essere gli obiettivi della formazione francescana? Formare per una fede viva; formare per la Chiesa arricchita dal carisma francescano; formare per la comunione e l’unità nella e della nostra grande famiglia francescana; formare alla differenza e alla complementarietà delle culture; formare al dinamismo dell’annuncio del Vangelo; formare alla speranza di una collaborazione più fruttuosa; formare all’impegno della carità; formare alla pazienza del cammino. Da qui fra Zdzislaw può affermare che “la formazione alla maturazione personale e vocazionale in un ambiente interculturale ed internazionale passa attraverso progetti e programmi ad ogni livello”, cosa che richiede “il personale capace di farlo, il tempo giusto a portarlo a compimento ed il sostegno materiale, che permette di concretizzare i progetti elaborati”. Per lui sono inoltre necessari: “una continuità… la capacità di condivisione… poter contare sulla collaborazione… una rete tale che aiuti ad accumulare delle esperienze per migliorare ulteriormente i progetti che sono in atto”.
- III INTERVENTO. E’ il più voluminose ed il più partecipato dalla viva voce di fra Jorge Oscar Peixoto su Formazione e missione: case di formazione internazionali? Dopo l’introduzione dove contestualizza il suo discorso, passa alla prima sfida: dall’internazionalità come multiculturalità all’interculturalità. Per Jorge non esiste l’interculturalità ma la possibilità di vivere relazioni interculturali, con i suoi due aspetti fodnamentali, l’incontro e la differenza. Tale relazione non può essere imposta. Per lui “con l’itinerario di una educazione interculturale in una casa internazionale si conclude una tappa preliminare, a modo di prologo, e una volta fatto questo, si apre il momento della fase formativa, ossia la tappa in cui si offre la forma, il modo di essere diverso e innovativo, offerto da Gesù Cristo per raggiungere i suoi sentimenti. Il modo di vivere la relazione con gli altri, di sentirsi responsabile e solidale con i poveri, di amare ed essere amato, di pensare e volere, di vivere la sofferenza e l’allegria, e infine la donazione fino alla croce”. Segue nel presentare alcuni aspetti importanti per una casa di formazione internazionale: “nell’Ordine occorre favorire la creazione di case di formazione internazionali sostenute nel paradigma dell’interculturalità come educazione alla diversità e alla differenza… Il problema alla base è la relazione… E’ necessario saper mettere in comunione i saperi… Questo nuovo modo d’essere nella formazione come discepolato francescano è fondamentale… perché l’interculturalità è il segno profetico della fraternità…”. Per educare in questo modo è necessaria nel formando la docibilitas… Questi aspetti vanno ben coniugandosi con la minorità… La stessa fraternità richiede elementi come la libertà, responsabilità e l’interdipendenza… Inoltre “l’itinerario educativo” non può prescindere dalla “formazione di criteri di scelta e opzione evangeliche…, all’apertura alla mondialità e all’itineranza come missione francescana… allo studio come pratica della saggezza francescana”. La conclusione prospetta la “comunità di formazione internazionale sostenuta dalla pedagogia dell’interculturalità” come la culla per una vera “preparazione alla missione francescana”, nella promozione “della comunione…, della kénosis…, della comunità discepolare…,”, realtà che però richiede concretamente “la cura e la custodia dell’originalità del carisma”, “la cooperazione interprovinciale” e la “corresponsabilità fraterna” perché le “pratiche locali siano ordinate al bene della fraternità universale”.

Mercoledì 18 Gennaio. Questa è una giornata dedicata alla “cultura locale”, cosa già iniziata con la serata di ieri, attraverso l’intrattenimento con danze locali… Veramente uno spettacolo! Si notava come, se dalle nostre parti per fare danza ci si “spoglia” (!), qui ci si veste in modo tale da esaltare la bellezza della donna con abiti ed oggetti locali… Che meraviglia. A me sembra che le donne così sono più belle, ma lascio il gusto personale che è sempre opinabile per procedere nel racconto dei fatti (ma sempre letti da un francescano occidentale e romantico napoletano!). Dove siamo andati dunque oggi? Terminata la messa mattutina, ci siamo diretti alle “Back Water”. Che sono? Provo a spiegarmi con un esempio. Conoscete Venezia? Bene è qualcosa di vicino alla laguna veneta… Ma sono le più grandi del mondo! Conoscete poi quella pubblicità sulla vacanza su un isola caraibica? Bene, ora provate a mettere insieme le due cose, aggiungendo un ingrediente fondamentale, la povertà. Eccoci arrivati. A differenze di Venezia, non ci sono palazzi, edifici, ma abitazione povere e ricche a seconda dell’isola piccola o grande che incontri, fruttata o meno dal turismo,… Prendendo il battello da buon “turisti” (sic!) dopo una mezz’ora di percorso siamo entrati in una delle tante vie marine tra due isolotti… Appena il tempo di notare una signora che, con le gambe nell’acqua, portava a termine la pulizia delle stoviglie, che l’attenzione veniva catturata da quell’uomo vicino che provava a pescare qualcosa col fino (non con la canna). Giravi la testa dall’altra parte della via e l’occhio veniva attratto da un altro uomo che provava a nuotare vicino alla riva. Ritornavi di qua della via è c’è una signora che si lavava tranquillamente mostrando aspetti del fisico fino ad ora ben coperti altrove e, subito dopo, pensate un po’… un uomo lavava la mucca sacra!!! Il viaggiare sul battello permette di mettere insieme aspetti bellissimi come la presenza in queste acque, di colore verdastro o marrone, di una gran varietà di vegetazione, con fiori di ogni specie (per lo più viola, bianchi e gialli) ed aspetti inquietanti come l’uso citato di quest’acqua, aspetti culturali variegati come la presenza ora un rito indù su quell’isolotto, la chiesa cattolica sull’altro isolotto, i musulmani su quell’altro isolotto ben distinguibili dal modo di vestirsi delle donne,… aspetti della globalizzazione ben visibili nelle isolette per il turismo dei vip! Che dire ancora? Siamo scesi su di un isolotto per mangiare qualcosa… Oltre ai turisti occidentali incontrati, di certo mi è rimasto il sapore del pesce, fresco e di ogni tipo, e la bellezza delle orchidee che gli indiani sanno ben utilizzare per abbellire anche una palma di cocco… Ma andiamo oltre la visita in barca alle Back Water. Rientrati ci siamo diretti alla grande città di Cochin… Qui, per la prima volta ho visto le strisce per le strade ed un nuovo “culto”… In India è tipico vedere dei grandi templi per la strada, come i “gigli di Nola” a custodia di una divinità. La stessa tradizione è stata presa dai cattolici per cui trovi questi templi con Gesù, san Antonio, l’Immacolata,… A Cochin si trovano invece i tempi al Dio “falce e martello”… Tuttavia solo di molto più piccoli degli altri e questa la dice lunga sulla vera forza in India… Incontriamo il rosso ovunque: siamo in tempo di piena campagna elettorale e si vede nei tanti lavori in città e sulle vie di comunicazione che portano alla megalopoli di Cochin. Qui il mondo sempre molto più vicino al nostro. Nella visita della prima chiesa francescana dedicata a san Antonio, custode della tomba di Vasco de Gama e di recente passata ai fratelli anglicani (buona preghiera per l’unità dei cristiani!), ed alla sinagoga del 1500, opera di ebrei danesi in riva al grande oceano indiano ( non proprio così distante dallo tsumani!), non sono mancate alcune scene di sofferenza e povertà come nei film su Madre Teresa (ovviamente dove noi facevamo la parte dei turisti). I fratelli indiani ci dicono che qui la povertà è veramente zero rispetto a quello che vivono in tutti gli altri stati dell’India, e più si va al nord e più questa aumenta! E’ evidente che questo assaggio mi è bastato per provocarmi sulla scelta liberamente fatta di essere non solo “per i poveri”, ma “con i poveri”, come splendidamente ha presentato fra Agostino Gardin nella sua relazione.

Giovedì 19 Gennaio. Vi ho già presento sister Sweetty? L’indigena che dorme di fronte alla mia finestra e che solo pian piano siamo riusciti a diventare amici… Bene! Questa mattina all’alba ha fatto un baccano che non vi dico, facendomi alzare dal letto molto prima del dovuto. Hanno pensato bene infatti di mettere della sua stanza una bottiglia di plastica piena d’acqua, visto il caldo che fa è cosa del tutto normale. Solo che invece di utilizzare la bottiglia per bere, se la porta a destra e sinistra, su e giù, la lancia e la rincorre… E’ una indigena insomma uscita “fuori di testa”… E poi dicono che gli uomini sono nate dalle scimmie. Veramente?… Simpatica, divertente, coccolata scimmietta del convento, ma qualche volta anche insopportabile! Come tutte le donne? Come ogni persona di “cultura diversa”: ho iniziato così a vivere “relazioni interculturali” con sister Sweetty. Oggi la giornata del Congresso è dedicata ad una Tavola rotonda ed alle Esperienze. Vederle tutte insieme fa veramente un gran bell’effetto aprendo il cuore alla gioia di essere frati ed alla speranza di poterne realizzare altre dettate dallo Spirito in ogni provincia!
- LA TAVOLA ROTONDA. Il tema che unifica gli interventi è Unità dell’Ordine e pluriformità delle identità culturali. Ai convenuti, sette frati rappresentanti di diversi ambienti culturali, è stata data una pista comune: 1. “Secondo te c’è un modo Turko, Russo, Zambiano, Brasiliano,… di essere francescani? In particolare, per te, personalmente, cosa vuol dire essere francescano nella cultura da cui provieni e vivi. 2. Cosa è che vi caratterizza maggiormente come francescani nella vostra cultura? 3. In che modo la vostra cultura locale arricchisce/favorisce la vostra identità francescana? 4. Ci sono degli aspetti del francescanesimo che sono in contrasto con la cultura locale? 5. Cos’è che la vostra identità francescana locale può offrire e ricevere dalla grande famiglia francescana?. Gli interventi, contenuti, sono stati veramente arricchenti per l’esperienza di fede personale e, dunque vanno letti nella loro totalità per rendere ragione di ognuno. Vi riporto sono i relatori e l’ambito: fra Joao De Araujo Ferreira Essere un francescano in Brasile; fra Paolo Liu Essere un francescano in Cina; fra Nikolay Dubinin Essere un francescano in Russia; fra Valentino Redondo Essere un francescano in Spagna; fra Martin Kmetec Essere un francescano in Turchia; fra Wayne Hellman Essere un francescano in U.S.A.; fra Timothy Kayula Essere un francescano in Zambia. Veramente la diversità è una ricchezza e non è dispersione dell’identità francescana che si conserva non solo per la Regola e le Costituzioni, ma anche per l’attingere alle stesse fonti della fede e del carisma…
- ESPERIENZE. E’ stato il momento veramente più coinvolgente. Francia. A dare la sua testimonianza è fra Francois Bustillo, spagnolo di origine, italiano di formazione e coinvolto nel Progetto Francia dal tempo di fra Lanfranco Serrini. Si aiuta nell’esposizione con i moderni e potenti mezzi audiovisivi computerizzati che fa esaltare maggiormente la scelta coraggiosa di vivere uno stile personale di povertà in vista della fraternità (assenza di computer personale, cellulare, TV, libri,…). Ma andiamo con ordine nella sua esposizione del progetto. Dopo un po’ di storia e la fatica di dover ricominciare da zero o da zero virgola uno, sempre sostenuti dal centro dell’Ordine e nella libertà di impostare qualcosa di nuovo rispetto alle province di provenienza, hanno imparato a leggere la situazione locale ed i segni dei tempi per strutturare un progetto capace di renderli significativi in Francia: svolta fondamentale è stata la lettera di quaresima di fra Agostino Gardin. Ecco nato il progetto. Puntare prima di tutto sulla Vita di preghiera, sullo sviluppo della dimensione spirituale, attraverso la proposta di una Liturgia delle Ore ben partecipata e cantata, l’adorazione eucaristica della comunità come digiuno del Venerdì e quella notturna una volta al mese, la Lectio divina, l’accompagnamento spirituale ed esperienze di Eremo. Poi puntare sulla Vita fraterna, sullo sviluppo della dimensione umana, tenendo conto che provenivano anche da culture diverse e quindi ancora più necessaria oltre al valore carismatico stesso. Da qui il favorire occasioni di conoscenza reciproca con capitoli partecipati e ben preparati dalla condivisione della Parola, alla vita,… da uscite fraterne, la cura della casa con turni di pulizia, di cucina, di presenza in Chiesa,…, la sobrietà e l’importanza dei luoghi comuni (dal convento hotel al convento famiglia), la fraternità come segno profetico. Infine si è puntati sulla Vita missionaria, sullo sviluppo della dimensione evangelica. Fra Francois ha fatto vedere con dei fatti come sono passati dal nulla di fatto nelle due chiese parrocchiali a loro affidate all’audacia della proposta visibile, girando casa per casa ed “in tonaca”. Da qui sono passati a ricostruire la chiesa come popolo di Dio, strutturando la vita parrocchiale nelle sue dimensioni proprie… Hanno travato la forza nel gruppo OFS, sbocco di ogni azione catechetica e servizio apostolico fino alla ideazione di un centro di ascolto in Chiesa, tenuto da laici competenti, per i problemi sociali e familiari, molto apprezzato dalla diocesi e già diffuso in altre parrocchie. La missione è portata avanti su quattro colonne: la scoperta della spiritualità cristiana e francescana; la proposta della cultura per creare legami con la società contemporanea; la sensibilità sociale con centro di ascolto; il senso della festa per una chiesa a colori e non più in bianco e nero… Cuba. Il fatto che la relazione venga letta da uno di noi dice la grande difficoltà che si vive a Cuba dove non è proprio così facile prendere un aereo e spostarsi dove si vuole e quando si vuole. Firmata dai tre frati ivi residenti, fra Silvano Castelli, fra Fernando Maggiori e fra Roberto Carboni, il testo presenta la storia della fondazione, qualche difficoltà trovata come l’essere “in un Isola… isolata”, le sfide della realtà, la risposta della comunità nell’ “evangelizzare con la vita”, le speranze per il futuro progettando una casa a La Havana per una formazione delle nuove vocazioni in comunione con le altre famiglie francescane presenti. Ghana. Questa esperienza è veramente quello che si dice vivere non per i poveri, ma tra i poveri, ed è di un confratello della provincia di Padova, fra Arcadio Sicher, da anni missionario in Ghana, e da anni inserito con i poveri africani delle Baraccopoli. Racconta con vera passione la sua esperienza prima ad Korogocho, uno degli slum di Nairobi dove i comboniani vivono con una comunità, poi a Old Fadama (vecchia palude), una baraccopoli al centro della città di Accra dove c’è di tutto, ma meno violenza rispetto a Nairobi dove lo stato aveva ingiunto l’evaquazione degli stranieri. Un formicaio di gente, dove il lavoro delle donne dai più piccoli e quello di fare i portatori, andando ai mercati per aiutare a portare frutta o quant’altro… Se i bambini portano la legna, per gli uomini il lavoro è spesso meno dignitoso, portando rifiuti ed escrementi… Qui si è iniziato una scuola serale per adulti… “Una semplice parola riassume tutto quello che ho vissuto nelle baraccopoli: Dio. Qui non si può vivere senza di lui ed egli è così vero e vivo… Non c’è niente di straordinario nel vivere nelle baraccopoli, è vivere l’ordinario di Dio, è essere dove Lui è…”. Fra Arcadio mostra come conversione, preghiera, fraternità, comunità francescana, profezia dei poveri qui acquistano il loro vero senso. Conclude, citando Bonhoeffer, che “storia, teologia, economia e politica, la vita stessa, non possono essere che lette con gli occhi degli ultimi, dei sofferenti”. Uzbekistan. La testimonianza in questa terra della vecchia unione sovietica è di fra Piotr Kawa, un fratello polacco che, desideroso di essere missionario in Turchia, si è poi ritrovato in Uzbekistan. Presenta gli inizi di questa missione ed il contesto sociale, economico e religioso, servendosi anche lui di una serie di diapositive diligentemente preparate dai sui “ragazzi di strada”. Passa a parlare del dialogo interreligioso che andrebbe meglio sviluppato con la conoscenza dell’arabo e del mondo islamico, per il momento fatto di incontri occasionali e di riconciliazione ed aiuto sociale. Lui stesso gestisce ora una bella realtà di “ragazzi di strada” con l’offerta dell’educazione, dello studio,… India. La testimonianza è offerta da fra Raymond Ponmelil, già chierico al Franciscanum, impegnato come rettore dei chierici e nel dialogo di pace. Presenta così la sua esperienza nelle diverse e ben articolate esperienze indiane nel campo della Pace e dialogo. Parte presentando lo sviluppo della Pace e Dialogo in India attraverso gli Ashrams, luoghi privilegiati di dialogo con persone di altre religioni, i Centri di dialogo (centri spirituali, centri accademici e centri religioso-culturali), i Gruppi di dialogo, le Associazioni di dialogo ed, infine, il dialogo nei Gruppi di Azione. Passa poi ad indicare, in base alla sua esperienza personale, gli atteggiamenti e qualità necessari per dialogare: l’accettazione dell’uguaglianza dei partner in dialogo; una trasparenza dei motivi; un impegno nella propria fede; apertura all’altro; prontezza nel cambiare; una ricerca della verità; un atteggiamento di preghiera; un atteggiamento di amore e speranza; la franchezza ad una critica delle religioni; una preparazione adeguata. Prospetta i problemi trovati nel dialogo, all’interno del cristianesimo e nelle altre religioni. Offre il lavoro della Conferenza indiana, la CBCI e le attività promosse. Indica poi il contributo dei Frati Minori Conventuali in India alla pace e dialogo attraverso la FCPD, con le sue mete e le attività come: il premio nazionale dello Spirito di Assisi, Sarva Matha Shanti Ghosh; Assisi Annual Lecture; Inter-Faith Sat-Sang.

Venerdì 20 Gennaio. Oggi è un giorno speciale per l’India, il giorno in cui si ringrazia Dio per il raccolto. Questo mi permette di offrirvi indicazioni sul come si mangia. Ecco il menù di oggi. Il piatto ci viene presentato semplicemente con una bella foglia di banana. Ci si serve poi attingendo a grossi contenitori che mantengono il cibo caldo. La prima pietanza è il Chappathi, semplicemente del pane di grano, fatto nella modalità di una piadina romagnola. La seconda e terza pietanza è il Boiled Rice ed il Basmathi Rice, due tipi diversi di riso bollito, il primo simile al nostro con delle macchie marrone, il secondo alla “cinese”, come meglio la conosciamo, ma non è proprio così… Queste pietanze servono di sostegno a diversi condimenti che oggi sono solo a base di vegetali, dunque oggi, nella festa del raccolto, niente carne e niente pesce (veramente squisito da queste parti e rigorosamente fresco!). Il condimento è dato dal: Sambar, verdure di vario tipo nel sugo e tanto peperoncino piccante; l’Olan è fatto anch’esso da vegetali ma nel sugo di latte… si intravedono tra le cose conosciute la foglia di alloro e fagioli; Aviec è fatto invece con vegetali, tra cui si riconosce il bambù e le carote, il tutto nel sugo di cocco. Seguono i contorni, una varietà di cose, tra le quali sono attirato dalle banane fritte normali e banane fritte allo succhero… Seguono altre pietanze a base di verdure, come il Thoran, della verza con tanto pepe nero (di spezie se ne usano proprio tante per me difficilmente distinguibili!), il Kalan, fatto con banane e yogurt, l’Erissery, con fagioli e cocco, infine il Butter Milk, comprensibile perché in inglese (!). Si passa al dolce che è dato dal Paiasam, servito in due modalità differenti in due bicchieri… Ho cercato di capire cosa fosse, ma anche la spiegazione non mi è servita per accrescere la mia conoscenza… Al palato è mangiabile… Dicono formato con spezie dolci! Quello che ci “salva” alla fine è la frutta, banane di diverso tipo, mango, papaia, ananas, uva, mela, arance,… Strano a dirsi, ma non ho fino ad ora mangiato il cocco come da noi! Un paradiso terrestre dunque: provarci per credere! Nel mio piatto, vi garantisco, è rimasto solo la foglia di banana… e si vive benissimo nonostante il caldo di questi giorni (30 all’ombra!). Pur tuttavia nulla potrà mai togliere il posto alla “pizza napoletana”!
La giornata congressuale affronta oggi il tema finale Spunti per una metodologia missionaria dell’Ordine.
- I RELAZIONE. La relazione del giorno è affidata al vicario generale fra Firmino Giacometti: Necessità, Contenuti e Priorità del “Progetto Missionario Comunitario” in contesto di “Plantatio Ordinis”. Egli divide la relazione in 5 punti. Nel primo punto sottolinea la necessità di un passaggio da “un approccio francescano alla missiologia ad una metodologia missionaria francescana conventuale” e questo perché “la missione è manifestazione ecclesiale e perciò comunitaria… a vivere il Vangelo in mezzo a fratelli di un’altra cultura e con essi… I missionari dunque costituiscono una comunità di pellegrini ed ospiti (vivono la provvisorietà dello straniero)… che assumono il linguaggio e le categorie culturali della comunità ecclesiale in cui è inserita…”. Ciò che caratterizza dunque il nostro fare missione è “una missione in comunione attraverso la fraternità”. Nel secondo punto fra Firmino presenta il “sogno di una progettazione missionaria compartecipata da frati, istituti religiosi francescani e laici”. Si tratta di chiamare a condividere la missione quanti condividono il carisma francescano… secondo lo specifico di ognuno… Una missione comunitaria condivisa in cui i laici e i religiosi portano competenze umane e spirituali proprie e le uniscono in una azione comune condividendo responsabilità, potere decisionale e scelte di servizio”. Col terzo punto il vicario passa a considerare il “problema della collaborazione fraterna all’interno dell’Ordine per una azione missionaria”. Punta sulla necessità di avere un “Progetto di missionarietà nella comunione… che miri a definire le modalità concrete di una nuova presenza ed identità… necessariamente dinamico e comunitario”. Da qui parlando delle Missioni delle Province e delle missioni dell’Ordine, sottolinea gli impegni necessari per una Plantatio Ordinis: progetto missionario comunitario, impegno che si protrae nel tempo, personale ben preparato, l’impegno economico. Restano aperte questioni: come favorire una genuina conoscenza e scambio tra i frati? Come conciliare l’unità e la pluriformità? Cosa offre il francescanesimo alla Chiesa locale? Come favorire il mutuo arricchimento fra le comunità francescane? Affronta anche il problema economico di cui sottolinea: “il flusso della solidarietà deve scorrere tra una fraternità all’altra più che da un individuo all’altro; è più corretto parlare di equità che di uguaglianza, rispondendo ai bisogni necessari secondo la propria cultura; il principio della sussidiarietà richiede che nessuno deve chiedere ad un altro ciò che può provvedere con il proprio lavoro”. Il quarto punto tratta del problema della formazione dei missionari: una formazione di base alla missione già nella Formazione Iniziale; una formazione specifica esperienziale e culturale per gli aspiranti missionari col discernimento; la formazione permanente. Il quinto punto tenta di vedere cosa si sta facendo e cosa si può fare puntando sulla “necessità di un Segretariato generale per l’animazione missionaria”, la continuazione del già avviato corso di formazione inter-francescano per la preparazione dei nuovi missionari; lo studio di un corso di formazione permanente per i missionari dopo i primi 4/5 anni ed una dopo 10 anni…
- TAVOLA ROTONDA. Il primo intervento nella tavola rotonda è di fra Luciano Marini, responsabile del Centro Missionario CIMP. Egli espone la sua esperienza ed offre molti suggerimenti circa l’Animazione Missionaria nelle comunità, parrocchie e province. Dopo il preambolo sull’Animazione missionaria, offre la visione del suo stretto collegamento con la solidarietà. Definisce dunque il compito dell’Animatore missionario per i frati, per i seminari: per la nascita di gruppi missionari, per l’animazione della Giornata Missionaria Francescana, per i rapporti con istituzioni missionarie e con gli enti pubblici, per i rapporti con i benefattori, per il coordinamento tra gli animatori e lo SGAM. Passa a parlare del Volontariato missionario e della condizione essenziale della collaborazione delle missioni con l’Animatore (es. adozioni a distanza). Il secondo intervento è di Rosa Galimberti, l’unica donna del convegno (!), ministro nazionale Ofs d’Italia: Frati Minori Conventuali e Ce.Mi.Ofs: in missione insieme? La Galimberti parte dalla Chiesa dove situa il cammino della Famiglia Francescana e nel suo interno quello dell’Ordine Francescano Secolare. Poi presenta i testi del documento Ofs –Italia circa la missione per poi parlare dell’esperienza del Ce.Mi.Ofs, cioè del servizio dell’Ofs Nazionale per la’animazione missionaria, la promozione della cooperazione missionaria, del Volontariato Internazionale e del Laicato Missionario francescano in ordine all’evangelizzazione e alla cooperazione tra le chiese (compiti, settori). Segue con la tipologia della presenza, presentando il percorso di preparazione, gli orientamenti per la presenza in missione, la situazione attuale. Termina cercando di rispondere alla domanda iniziale: “un cammino da fare insieme… un capitolo nuovo e aperto che potremmo cominciare… si tratta di trovare una identità di stile, di modalità espressiva e di funzione che ancora va approfondita… finalizzata a costruire la Chiesa… può dilatare e realizzare il messaggio francescano in una integrazione reciproca di completezza per proiettare nel futuro la continuità del nostro carisma di comunione con e per tutte le sue creature”. Il terzo intervento è da parte di fra Jan Lempicki, fra Piotr Kyc e fra Miroslaw Buczko su La solidarietà delle singole giurisdizioni riguardo alla missione dell’Ordine. Partendo dei documenti magisteriali della Chiesa circa la missione, sviluppano il tema nella linea della “solidarietà dell’Ordine verso le missioni già in atto” (facendo notare la sproporzione di forze numeriche tra le 41 missioni su 80 giurisdizioni presenti nell’Ordine), nella linea della “solidarietà dell’Ordine nella preparazione dei progetti missionari” ed infine nella linea della “collaborazione e solidarietà delle giurisdizioni nella preparazione diretta dei missionari” (già dal seminario, con diversi corsi, per dei formatori ben preparati, non avendo paura di mandare anche dei seminaristi a continuare gli studi in altra nazione, guidati da segretariati istituiti in ogni giurisdizione oltre che al centro dell’Ordine). L’ultimo intervento della tavola rotonda, del giorno e del convegno è di fra Valentino Maragno, su “promozione umana e Missione: Antonio, Vangelo e Carità. Presenta il lavoro portato avanti dalla provincia di Padova con una programmazione iniziata dal 2000 distinguendo una povertà di beni primari, una povertà di beni relazionali ed una povertà di senso e valori. Il lavoro è portato avanti per aree di impegno apostolico: l’area formativa, l’area pastorale, l’area socio-caritativa, l’area della “missio ad gentes”. Ci sono tre proposte di missione e promozione umana: il Centro Provinciale Missioni, La Caritas Antoniana ed il Sistema Francescantoniano. Fra Valentino espone in modo dettagliato gli interventi mirati e ben progettati delle tre proposte… I denaro viene così gestito rispettando lo sviluppo dell’uomo prima di tutto a livello formativo, poi pastorale ed infine solidale. “ ‘Aveva occhi e vedeva’, è l’elogio più bello fatto a Madre Teresa di Calcutta da un acuto osservatore della vita come Pier Paolo Pasolini, che di lei ha scritto ‘Suor Teresa è una donna dall’occhio dolce, che, dove guarda vede’. Questo è molto diverso di tanta beneficenza che dà qualcosa ‘senza vedere’ e quindi senza mai incontrare veramente l’altro”.

Sabato 21 Gennaio. Giornata conclusiva del Convegno. Si cerca di tirare qualche conclusione… e si elabora una lettera da inviare a tutto l’Ordine! Oggi è anche la giornata conclusiva delle celebrazioni per i 25 anni della missione in India, dunque altra grande parata… con tutti i membri della Custodia convenuti da tutti i conventi: un centinaio dal seminario minore, 40 dal postulato, 10 dal noviziato, altri 40 circa dal chiericato, e poi tutti gli altri… Insomma una “milizia francescana” giovane e carica di sogni che fanno invidia (ma che dovrebbe far ancor più riflettere per capire i disegni di Dio e spingere a scelte diverse) alle province di antica tradizione francescana (un altro modo per dire le nostre province!!!). Le celebrazioni sono iniziate con un grande apparato scenico: mille lampadine di vario colore che fanno ricordare il Natale nelle città italiane, grossi ombrelli stile indiani e bandiere di vario colore, pulizia delle aiuole e sistemazione per il rinfresco,… E’ così pronta l’accoglienza dei frati, delle autorità locali civile e religiose, degli amici, della gente… Si da inizio alla solenne celebrazione eucaristica alle 15.30 (!) presieduta dal ministro generale causa indisponibilità dei Mons. Varkey Vithayathil (Arcivescovo Primate per il Rito Syro-Malabarico), il rito è dunque quello romano e le melodie propongono la messa “De Angelis”… Ma non mancano le danze (fiori, incenso e luce) ed i canti locali che accompagnano anche il momento dei “discorsi di circostanza”. Ad intervenire sono prima fra Joseph Cilia, il missionario maggiore della missione, poi il Vicario generale, fra Firmino Giacometti a nome della CIMP, quindi l’ex ministro generale fra Agostino Gardin, il missionario “minore" fra Ugolino a nome del Provinciale di Malta. Seguono la “pubblicazione” di un libro sulla missione di fra Joseph Cilia e di un CD sulle opere attuali della missione, la benedizione della prima pietra della erigenda casa per i malati di ADS da parte del Provinciale di Padova, fra Marco Tasca, per il sostegno economico da parte della Caritas Antoniana. Conclude questo momento il Custode dell’India, fra Mathew Purjdom… Il tutto per un periodo di appena tre ore e trenta minuti circa! E la cosa non finisce qui. Fuori, dopo la foto di rito ed il cambio di abito, ci attende una buona bevanda per poi dirigerci alla curia provinciale dove si “benedice la lapide di ricordo”… E per finire la cena sotto le stelle (qui la sera arriva già verso le 17.30 con una striscia di colore rosso che dipinge tutto l’orizzonte pieno di palme di cocco e di banane) accompagnato da un “programma culturale-folcloristico”.
- In realtà il programma non finisce con la festa, ma con la visita di domani, Domenica 22 gennaio, con la visita di alcuni centri sociali dove frati e istituti femminili portano avanti l’assistenza dei malati di ADS e dei lebbrosi. Dunque per i frati non finisce tutto a “tarallucci e vino”, come qualcuno pensa e propone, ma nel servizio di carità: l’amore che professiamo e che ci distingue come figli cresciuti, adulti, del Dio di Gesù Cristo, non è tale se non si fa servizio ai vicini ed ai lontani, con intensità e passione! Gloria e lode alla Santa Trinità, al nostro padre Francesco ed a tutti i santi francescani che amando permettono all’Amore di Dio di far crescere un “nuovo mondo”!

Domenica 22 Gennaio. Come si diceva ieri, il Congresso non termina con la Festa, ma col servizio. La giornata di oggi è dunque dedicata a delle visite speciali.
- La prima visita è per un santuario buddista, dove si venera la figura di un grande filosofo (ma qui la filosofia non è mai disgiunta dalla teologia: la ricerca della verità è sempre ricerca di Dio!), qualcosa come Sri Adi Santhara. La struttura si erge come la Torre di Pisa a custodire la tomba del santo filosofo situata in cima alla torre. Nel salire i 9 piani, sempre scalzi ovviamente – mi colpiva una donna che puliva il pavimento con uno scopino senza bastone (qui non si usano le nostre scope!) tutta piegata quando sotto i piedi sentivo che c’era di tutto -, sostiamo davanti a rappresentazioni che ne spiegano la storia. Al centro della sua vita numerosi pellegrinaggi alle divinità induiste e costruzioni di nuovi templi fino ad arrivare nel Nepal, concependo tutte le divinità come un “unico Dio” che si manifestava in diversi modi. Dall’alto della torre è possibile assistere ad una visione suggestiva, la spianata di palme di cocco e di banane che fanno da ombrello ad un popolo così numeroso.
- Ci siamo diretti alla Rosary Village, ad un santuario mariano con annesso villaggio e giardino con grandi statue riproducenti i misteri del Rosario e con tante “Ave Maria” nelle più disparate lingue di questo mondo. Appena siamo arrivati la santa messa era in corso. La prima cosa che colpiva era la quantità della gente presente… lo si vedeva non solo dalla gente che restava sulle porte laterali e all’esterno dell’entrata principale, ma anche dalle miriadi di scarpe che circondavano, accumulate, la Chiesa. L’aula era veramente grande eppure non c’era un posto libero. . Anche qui si vedeva la rigorosa separazione tra donne a destra e uomini a sinistra. Al centro dell’aula tutti i bambini che al termine ella liturgia sono rimasti per la catechesi domenicale. Colpiva ancora la compostezza di tutti, nonostante la situazione non proprio piacevole (tutti seduti per terra o inginocchiati!) ed i bambini… perfettamente in fila, silenziosi, attenti, sotto lo sguardo vigile ed amorevole dei loro genitori. Da quando sono qui non ho visto un gesto di forza fatto dai genitori sui figli, ma anche un forte senso civico e di rispetto per i genitori. Mi sono chiesto se da noi non stiamo sbagliando tutto nell’educazione familiare! Il senso della festa era evidente ed il rito siro-malabarico riesce a mantenerlo vivo. Quando la messa è finita, ci siamo portati lontano dal Santuario per permettere alla gente di uscire… Sembrava un alveare! Sempre con massimo silenzio, le famiglie si ricomponevano, con sorrisi e strette di mano che aprivano il cuore, con lo stringere tra le braccia della mamma l’ultimo di casa ed il portare con le mani del padre i più grandi. Qui veramente il senso di famiglia è molto forte ed è la motivazione per cui la vita religiosa e le vocazioni sono veramente solide e serene. Alcune famiglie si accostavano e ci chiedevano informazioni sulla provenienza… Un'altra famiglia ci ha invitato ad entrare anche con le scarpe… Loro hanno fatto altrettanto e non si sono separati… Non c’è bigottismo come si può vedere, ma vero senso di fede e grandi valori, non ultimo l’ospitalità… Veniamo a sapere poi che non sono tutti “cristiani”. Questo santuario mariano è molto frequentato anche dagli induisti e musulmani. Maria riesce a raccogliere sotto il suo manto tutti i suoi figli! Nell’andar via assisto ad una benedizione di una macchina. Anche qui il benessere sta crescendo tra la gente e per l’indiano avere una macchina o una moto, dopo la casa, è motivo di grande soddisfazione. Il rito è stato tutt’altro che sbrigativo ed essenziale come dalle nostre parti, tanto che il pulmino doveva partire e non sono arrivato a vedere la conclusione.
- La conclusione è stata la visita del lebbrosario, un appezzamento di terreno molto grande di cui abbiamo visto solo l’entrata, una struttura governativa a favore di questa piaga endemica per questo popolo. Si passa quasi di colpo in una zona che sa di dimenticato. Non che fuori le strade siano migliori, in qualche modo curate da materiale vario che si accumula a destra e sinistra della strada, ma qui sembra che non ci passi mai nessuno, con erba alta a destra e sinistra della strada, un sottobosco (meglio “sottopalmeto”) lasciato allo stato selvaggio. Si incontrano all’inizio delle case famiglia, case per le famiglie che hanno superato la malattia, ma che non possono essere inserite nella società, visto che la malattia non lo permette. Si vede allora qualche volto, uno che va in bicicletta, delle caprette… Qui vivono tutti i lebbrosi senza distinzioni di fede ed allora il governo ha pensato bene di costruire anche i luoghi di culto. Noi ci portiamo alla Chiesa dove lasciamo i pulmini ed attendiamo la superiora. Da dieci anni infatti questo lebbrosario è affidato alle Suore Francescane di Santa Chiara. E’ un istituto sorto in India con presenze anche in Europa, di vita attiva e dunque non ha nulla a che fare con le clarisse. Quando sono arrivate qui, la situazione era veramente tremenda, ci racconta la superiora. La malattia non era curata e le piaghe erano purulente ovunque… I pagati dallo stato, non facevano il loro dovere approfittandosi della situazione incontrollabile. Ora il Villaggio è meglio strutturato. I malati attivi si sono ridotti e spostati in fondo a tutto, chiaramente non visitabili. Le famiglie guarite hanno ottenuto una casa più degna per la loro vita e cercano di dare una mano per la gestione sociale secondo le possibilità (la malattia infatti lascia segni evidenti nella mancanza di qualche parte del corpo). Poi ci sono i “reietti”, coloro che, a causa della malattia, sono stati rifiutati dalla parentela. Questi, anche se guariti, vivono senza nulla e sono accolti insieme i dei dormitori comuni. Abbiamo potuto visitare questi in due strutture diverse, una per i maschi ed una per le femmine… Le immagini dei malati di Madre Teresa sono di gran lunga migliori che quelle che abbiamo incontrato. Strutture tetre, letti di legno e solo alcuni avevano un materassino che ricordava la prima guerra mondiale… Sul muro trovavi l’immagine del santo (cristiano o induista per lo più), e … l’immagine dei parenti che li avevano abbandonati. Le cose personali (libretti di preghiera, un cambio, le scodelle per mangiare e poco altro ancora) erano sistemate sul letto o sotto il letto. Non ho visto molti armadi... Al nostro passare tutti ci salutavano col saluto indiano (le mani giunte alla bocca con l’abbassamento della testa)… Un paio di loro hanno iniziato un canto indiano non portandolo a termine perché non proprio così efficienti… I segni della lebbra li conoscete e le conseguenze visibili che lascia anche, e non sto a descrivere oltre quanto manca a queste persone nella salute e nelle cose… La Suorina si muove con disinvoltura presentando noi ed i residenti, così anche i frati indiani che ci hanno accompagnato e che qui operano da cappellani… Anche io mi muovo, ma con meno disinvoltura, stregato ancora una volta dagli occhi di questa gente: avverto in loro un forte anelito alla vita senza rancori e paure, così che anche il volto, rugato e consumato, offre un sorriso sereno, rispettoso ed aperto alla speranza, la speranza della reincarnazione per gli induisti, del paradiso per i cristiani, …la speranza che colui che hai davanti sia un uomo di Dio!

Fra Alfredo M. Avallone

“ NON POSSIAMO TACERE CIO’ CHE ABBIAMO VISTO E ASCOLTATO” (At 4,20)
Lettera a tutti i frati dell’ Ordine

Cari frati, vi giunga un saluto di pace e bene in Gesù Cristo e nel Serafico Padre san Francesco. Ci siamo riuniti a Cochin nello stato del Kerala, in India, con il Ministro Generale e il suo definitorio, per il primo Congresso Internazionale Missionario, nei giorni 12-22 gennaio 2006.

Abbiamo riflettuto insieme con attenzione sul tema: “Formare Frati Minori Conventuali all’internazionalità e alla missione all’inizio del terzo millennio”. Alla conclusione dei lavori del Congresso sentiamo anzitutto il dovere e la gioia di ringraziare i nostri fratelli della Custodia provinciale S. Massimiliano Kolbe dell’India, i quali si sono prodigati con grande disponibilità per rendere confortevole il nostro soggiorno e per facilitare in ogni maniera i nostri lavori, senza trascurare di farci conoscere alcuni aspetti particolarmente significativi della cultura e del territorio. Ci ha riempito di meraviglia una Custodia in rapida crescita, che manifesta una singolare vitalità e vivacità francescana e un vivo senso di appartenenza all’Ordine. Ci siamo davvero sentiti accolti come fratelli!

Siamo riconoscenti a Dio per esserci potuti incontrare così numerosi (eravamo 68 frati) provenienti dai cinque continenti, di lingue e culture diverse, uniti dall’obiettivo di promuovere un rinnovato impegno missionario ed offrire spunti per una aggiornata metodologia missionaria dell’Ordine. Le relazioni ascoltate, la condivisione di esperienze e gli scambi fraterni si sono incentrati sui temi: fraternità, vangelo, multiculturalità e inter-culturalità, missione. Molto attenta e coinvolgente è stata la partecipazione di tutti i presenti.

Il pellegrinaggio ai luoghi di san Tommaso apostolo, secondo la tradizione primo evangelizzatore dell’India, l’incontro con i cardinali Ivan Dias, Arcivescovo di Mumbai, e Varkei Vithayathil, Arcivescovo di Ernakulam, Primate per il rito siro-malabrico, la celebrazione domenicale dell’Eucaristia in rito siro-malabarico, la visita a luoghi significativi della Custodia come il postulato ed il seminario maggiore, nonché una escursione in barca in una zona molto suggestiva, hanno completato in modo significativo questa esperienza di condivisione.

Durante il Congresso abbiamo riflettuto su una serie di argomenti, che vogliamo qui richiamare sinteticamente.
 Il mondo in cui molti di noi vivono è segnato dal fenomeno del secolarismo, dalla indifferenza e soprattutto dalla globalizzazione: tutto questo produce sovente una profonda crisi dei valori umani, religiosi, sociali e culturali; crea inoltre un deterioramento della situazione economica, che incrementa la povertà, l’ingiustizia, l’esclusione di troppi dall’uso dei beni ed i flussi migratori verso l’Occidente e le megalopoli. Questi fenomeni accelerano i processi di internazionalità e di multiculturalità, i quali però non sono quasi mai accompagnati da un vero dialogo interculturale. Si tratta di situazioni che interpellano la Chiesa e la vita religiosa, e dunque anche il nostro Ordine, e che ci chiedono un cambiamento del nostro “essere in missione”.
 Costatiamo che la Chiesa, e anche il nostro Ordine, stanno provvidenzialmente crescendo, anche quantitativamente, nel Sud del mondo (Asia, Africa, America Latina). Questo fatto ci stimola non solo a saper accogliere la diversità del fratello come dono di Dio (Testamento 1), ma anche a costruire una vera fraternità in costante ascolto reciproco e in permanente scambio culturale. Questo processo esige una grande apertura di mente e di cuore ed una conversione permanente da autentici frati minori.
 La nostra missione ha una radice trinitaria: scaturisce dall’unica missione del Figlio di Dio, Gesù Cristo, inviato dal Padre (cfr Ad gentes 2), e si attua soprattutto nella testimonianza di una vita contemplativa, santa, fraterna (cfr Redemptoris missio 90). La missione ci riguarda veramente tutti, in tutti i luoghi in cui l’Ordine è presente. Vogliamo sottolineare che anche i frati che vivono nelle chiese di antica o non recente fondazione, in ambienti spesso molto secolarizzati ed indifferenti, sono chiamati ad “andare”, con umiltà e semplicità, verso i fratelli ai quali la figura di Gesù e l’appartenenza alla Chiesa “non interessa”. E vogliamo anche ricordare che l’impegno per la giustizia, la pace, la salvaguardia del creato, il dialogo interreligioso sono parte irrinunciabile della missione.
 Alla luce della Parola di Dio, e chiedendo l’intelligenza che viene dallo Spirito, accogliamo con umiltà i doni che il Signore ha operato nel nostro Ordine: il notevole incremento della nostra presenza in nuovi paesi negli ultimi 40 anni, specialmente nel Sud del mondo e nell’Est europeo, la generosa disponibilità di molti frati per la missione ad gentes, le nuove vocazioni alla vita francescana, la testimonianza profetica di alcuni frati in ambienti difficili ed emarginati che abbiamo potuto conoscere anche nel corso del Congresso, la ricerca di nuovi spazi di presenza francescana particolarmente nel dialogo inter-religioso secondo lo “spirito di Assisi”, la solidarietà espressa da molti benefattori.
 Nello stesso tempo, siamo coscienti dei nostri errori personali ed istituzionali che hanno ostacolato la nostra missione di frati minori: un certo individualismo nelle iniziative missionarie, un modo troppo occidentale di operare nelle missioni ad gentes, una scarsa collaborazione fra le Province, la carenza di preparazione dei missionari, la mancanza di un vero progetto missionario dell’Ordine.
 La revisione della nostra storia recente, alla luce del nostro carisma, ci spinge a rinnovare il nostro impegno di vita fraterna, di minorità, di testimonianza evangelica e di conversione permanente, annunciando il regno di Dio e la sua giustizia mediante una vita in semplicità e una scelta preferenziale per i poveri, gli emarginati, senza temere di aprire un dialogo sincero con tutti, come ci insegna con grande efficacia il nostro Padre san Francesco (cfr Rnb XVI). Da questa esperienza di Congresso noi sentiamo, come gli apostoli, che “non possiamo tacere ciò che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20).
 Pensiamo che il modo francescano di essere missionari debba emergere dalla realtà profonda del nostro carisma, così come ci chiedono diversi documenti della Chiesa e anche del nostro Ordine (cfr Ad gentes, Evangelii nuntiandi; documenti del Capitolo Generale Straordinario del Messico del 1992): tali testi ci invitano ad essere veramente frati minori nella semplicità, umiltà, disponibilità, itineranza di mente e di cuore, capacità di apertura all’altro, espropriazione, seguendo in tutto l’esempio di san Francesco e di altri santi dell’Ordine come sant’Antonio di Padova e san Massimiliano Kolbe.
 Riteniamo importante diffondere nelle nostre comunità e Circoscrizioni le diverse tematiche trattate in questo Congresso, in particolare una educazione che sappia condurci dalla multiculturalità alla interculturalità e l’impegno irrinunciabile della missione.
Perché tutto ciò possa avere attuazione, sentiamo il bisogno di offrire alcuni suggerimenti al governo dell’Ordine e al prossimo Capitolo Generale:
1) favorire l’elaborazione di un progetto missionario dell’Ordine che comprenda:
• una migliore conoscenza della nostra eredità culturale, intellettuale e spirituale, che nei secoli passati ha aiutato il nostro Ordine ad essere in missione;
• una riflessione missiologica francescana;
• una metodologia missionaria francescana;
• una educazione all’inter-culturalità, soprattutto nei diversi centri formativi dell’Ordine ,
2) curare e rendere obbligatoria la preparazione e l’aggiornamento non solo dei missionari, ma anche dei frati che prestano servizio in un’altra cultura/nazione;
3) promuovere la solidarietà nel campo missionario, sia di personale che di sostegno economico, in particolare per la formazione;
4) incoraggiare la cooperazione nelle Conferenze e tra le Conferenze nella elaborazione di progetti missionari che lo richiedano, previ eventuali aggiustamenti giuridici;
5) potenziare il Segretariato generale per l’animazione missionaria con funzione di informazione, animazione, progettazione e coordinamento dei Segretariati provinciali e di Conferenze;
6) incentivare la compartecipazione in progetti missionari con i laici, specialmente con quelli della famiglia francescana (OFS, MI);
7) continuare l’esperienza dei Congressi missionari (nazionali, di Conferenze...) anche su temi specifici (per esempio sul dialogo con l’Islam), data l’importanza dello scambio di esperienze e di riflessione missiologica provenienti da vari contesti;
8) assicurare l’accompagnamento continuo delle nostre presenze missionarie, offrendo ai nostri giovani una solida formazione francescana con formatori adeguatamente preparati;
9) sviluppare una migliore comunicazione (lingue comuni, traduzioni e Web) per favorire la conoscenza reciproca e la coscienza missionaria tra i frati.


Consapevoli che siamo solo all’inizio di una cammino verso una rinnovata coscienza missionaria, che può scaturire solo da una profonda passione per Gesù Cristo e per l’uomo, vi invitiamo ad unirvi a noi nell’approfondire ed estendere queste riflessioni a tutte le realtà della nostra famiglia francescana.

I frati partecipanti al primo Congresso Internazionale Missionario

Cochin - Kerala (India), 21 gennaio 2006
VALUTAZIONE DELL’ESPERIENZA DEL CONGRESSO



1. Come valuti in genere l’esperienza del Congresso? Luci ed ombre.
L’esperienza è stata veramente bella sia per la presenza di questi fratelli sia per l’organizzazione nel suo insieme. A caldo dell’esperienza, le cosa più “luminose” sono quelle che hanno toccato il cuore (in genere, le verità emerse dalle molte e ricche relazioni saranno luminose più avanti!)… e cioè:
- la possibilità di aver potuto vivere all’indiana (non in albergo) e di aver potuto entrare in dialogo tra le diverse culture di provenienza, usando rispetto ed interesse. Dunque non solo teoria, ma anche pratica;
- la condivisione delle esperienze dei nostri frati, specie quelle di inserimento tra i poveri che mi hanno aperto alla gratitudine a Dio per questi fratelli ed alla speranza per il futuro del nostro Ordine;
- l’incontro con gli occhi della povertà e della sofferenza, uguali in ogni parte del mondo, che mi fanno sentire l’amore di Dio che chiama e manda, rianimando la mia scelta vocazionale.
Le ombre sono dovute a limiti di circostanza, come la divisione dei frati in due gruppi che non ha permesso molto il dialogo informale o i troppe e non proprio chiari avvisi…

2. Come valuti la metodologia usata nel Congresso? Come potrebbe essere migliorata?
Nell’insieme non ho trovato grossi problemi di partecipazione (cfr. la scelta dell’india, la strutturazione, le conferenze, l’orario, le uscite,…). Ritengo che sia stato pensato con rigore e sensibilità per cui un grazie di cuore agli organizzatori, capaci di flessibilità e di adattamento anche durante lo svolgimento. Mi è parso arricchente la proposta di un incontro non solo di contenuti, ma anche di esperienze, di tavole rotonde, di uscite comunitarie,... Se devo trovare qualche piccola fatica, mi viene in mente: la difficoltà iniziale a capire dove si stava andando; l’accentuazione di alcune tematiche come la interculturalità che, a mio avviso sono parte di un tutto che non si deve perdere di vista, per non scadere su un piano puramente umano; domande troppo generiche per la condivisione di gruppo; poco tempo per la condivisione in aula e nei gruppi linguistici. Penso dunque che si potrebbero migliorare questi aspetti.

3. Il tema del Congresso era significativo? Quali altri temi richiedono ulteriori riflessioni e discussione sulla missione?
Ottimo il tema e di evidente attualità per la nostra famiglia francescana ed oltre… Penso che un ulteriore approfondimento andrebbe fatto nel campo della povertà ed umiltà, come hanno fatto i frati cappuccini (nella formazione si sente molto il “vuoto” dell’ordine intorno a questi tempi che sono troppo lasciati all’iniziativa dei singoli senza uno studio serio e degli indirizzi dell’Ordine). Non mi dispiacerebbe anche la proposta di approfondire i voti come è già stato suggerito.

Permettetemi fuori testo un grande grazie a voi che tanto avete lavorato nascostamente e sempre in comunione esaltando la bellezza del nostro carisma francescano. L’amore ha in se stessa la ricompensa! Grazie!
Fra Alfredo M. Avallone